La villa comunale

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La “villa” è sempre stato un posto riservato a fumatori, tossici e spacciatori. Era poco distante dal locale dove ci trovavamo.
In qualunque città vai, i giardini sono luogo di smercio ideale.
Andavamo a cercare qualcuno che avesse da venderci diecimila lire di fumo, giusto quello che ci permettevano le nostre possibilità; non avevamo soldi. Quando hai vizi come questo non hai mai soldi in tasca, a meno che non te la passi davvero bene, ma anche allora prima o poi finiscono.
Andavamo nell’angolo più remoto della villa e ci sedevamo sul muretto di una casa con il tetto sfondato e pieno di lattine, bottiglie, sacchetti di plastica e ogni sorta di cartacce; ci mettevamo là a fumare, soprattutto perché eravamo imboscati, ma anche perché potevamo tenere bene d’occhio le uniche due strade di accesso, in caso a qualche sbirro venisse in mente di farsi una scappatella nei dintorni. Capello rollava, e noi ci concentravamo tutti sul suo operato; qualcuno guardava le strade facendo il disinvolto.
Fumavamo e andavamo in orbita, nel nostro incantevole mondo; ce ne andavamo in giro per la villa, e passando per il laghetto mi trasformavo in una busta di patatine e venivo divorato da un cigno… mi specchiavo nell’acqua verde di sporcizia, e mi perdevo nel fondo infinito di quel laghetto…
…fumàti…
Era bello stare lì, in mezzo a quel verde, anche se all’ occhio non era granchè, con quelle cartacce e quelle attrezzature scassate. Finchè non fumavi però, stavi con le spine al culo, perché avevi paura di finire nei guai per colpa di qualche stronzo di sbirro demente, di quelli a cui girano storte perché la moglie non lo fa scopare, e che se ti piglia con una canna addosso ti porta in questura, pensando al giramento infinito di palle che avrebbe comportato avvisare i genitori, dare spiegazioni improbabili, dire anche cose che non sai… il tutto stando di fronte a un tipo che per avere fermato un adolescente si sente una specie di dio in terra, per poi finire con la fedina macchiata e mandare a fare in culo parte della tua esistenza…
Una mattina ci arrivò la notizia che uno della nostra scuola era stato beccato con un buon quantitativo di fumo, proprio in villa. Pareva che  fossero entrati con i cani, e lui per paura avesse buttato il fumo poco lontano dalla sua panchina; lo sbirro lo aveva trovato e aveva fermato anche altri due ragazzi che stavano con lui. In questura l’intelligentone si prese tutta la colpa salvando il culo ai due amici, buona dimostrazione di attributi, ma non credo ne fosse valsa la pena…
Un’ altra volta invece, mentre stazionavamo su una panchina, si avvicinò un tipo magro, giacca di pelle nera: Dopo aver incrociato lo sguardo di Capello, che stava tranquillamente rollando, fissandolo intensamente da non più di venti centimetri di distanza, gridò: “POLIZIA! TUTTI FERMI!!!”
A quella esclamazione raggelammo: dopo poco, il coglione scoppiò a ridere canzonandoci per la nostra ingenuità, quindi si piazzò lì con noi, e iniziò a raccontarci la sua vita e le cazzate che aveva fatto, come quando gli avevano fatto pulire i cessi durante il servizio militare e aveva trovato della merda appiccicata al muro, o degli amorevoli saluti con la sua ragazza quando si erano lasciati a suon di sassi, mazze e ogni sorta di oggetto lanciabile…
Ci chiese se stessimo realmente fumando; gli rispondemmo di sì, allora attaccò con il panegirico sul fatto che per lui le canne erano tranquille e che invece le altre porcherie erano da condannare e bla bla bla…
Alla fine ci rendemmo conto che ci stava inondando con le sue infinite palle per scroccarci qualche tiro. Stette con noi per tutta la mattinata; a un certo punto iniziammo ad avere paura che qualche sbirro ci vedesse con lui e ci tirasse brutte storie, ma fortunatamente sparì, e lo rivedemmo solo qualche ora dopo, abbracciato ad una ragazza.
…erano singolari i tizi che potevi incontrare là dentro: era come se si nascondessero dalla città. Lì, al riparo da tutto e da tutti, tra alberi ed illusioni…

Una volta, sempre in villa, ci mettemmo a fumare in un grosso albero: sì, proprio dentro, perchè era aperto sul davanti ed aveva una grossa cavità nel centro dove ci si stava comodamente. Ci mettemmo lì dentro a fumare e, quando uscimmo, sembrava che l’albero stesse prendendo fuoco… sembrava un fungo gigante con la nebbia posata sopra!…

Si camminava, per la villa, facendoci i fatti nostri, chiusi nei nostri fantastici mondi, non solo perché eravamo fumati, ma perché giravano un sacco di bulli, emeriti stronzi che cercavano qualsiasi pretesto per romperti i coglioni ed arrivare alle mani; erano sempre in superiorità numerica rispetto a noi, e ad avere un battibecco con qualcuno di questi drittoni c’era solo da perdere.
C’era un tizio con cui giravamo spesso, abitava a qualche chilometro di distanza da noi. Era una specie di piccolo boss, aveva per le mani un sacco di giri “strani”, si diceva, perché aveva buoni contatti con gente non molto raccomandabile. Non aveva ancora finito le superiori e già aveva un figlio. Tutti lo salutavano con riverenza, quasi fosse un personaggio famoso, e nessuno gli mancava di rispetto o faceva qualche sgarro. Ci sentivamo protetti a girare con lui, anche se quasi non ci dava retta; faceva il tipo amichevole quando gli interessava, poi però ti fregava con i suoi fanculosi amici. Ricordo che una volta Capello gli diede dell’oro in cambio di fumo; disse che era tutto a posto, poi, qualche mese dopo ritornò chiedendogli i soldi: Capello chiaramente si rifiutò di darglieli, allora ad una festa fu aggredito, e per un po’ dovette pararsi il culo.
Quando fumi o ti droghi, sei sempre a contatto con la gente più stronza del mondo, e non te ne liberi facilmente…

Comunque sia, alla fine del giro ci infilavamo dritti dritti nel panificio più vicino e ci ingozzavamo per bene con quei pochi soldi che avevamo. Ci sedevamo lungo una strada, possibilmente poco trafficata, e con la testa come una cassa di risonanza guardavamo le facce inebetite della gente che passava e non aveva la minima idea di cosa stessimo provando lì seduti…
La città sembrava una grossa e luccicante vetrina di negozi, con i suoi soldatini di latta che andavano e venivano, attaccati alle loro borse, ai loro documenti, alle loro macchine nuove, ai loro indumenti appena comprati. Quel mondo tanto veloce ed incomprensibile era lì, davanti ai nostri occhi. Eppure noi eravamo soli, ad anni luce di distanza.

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