Ricordi di scuola

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Ho vissuto le scuole superiori come l’ingresso in un mondo più grande di me.
Dei miei ex compagni delle medie non avevo ritrovato nessuno, e per questo stetti male tutto il primo giorno di scuola, ma poi con il tempo mi passò…
E passò pure il biennio, con dei compagni di scuola che per la maggiore si rivelarono quali emeriti stronzi: erano dei bulli di città, e mi etichettavano continuamente come “cafone di paese” e cazzate così; facevano gli stronzi con tutti scroccando soldi per le merende, o per le sigarette, eppure sembrava quasi che li ammirassero in classe, probabilmente più per il timore che per il resto; erano dei fissati per la squadra di calcio locale e per gli inni fascisti da rincoglionito che non capisce un cazzo. A volte fingevano di esserti amico solo per pigliarti per il culo, un comportamento che mi è rimasto talmente in odio che qualunque persona poi abbia incontrato che mi avesse fatto cazzate così l’ho maledetta.
La maggior parte di quei tipi crescendo non è finita bene…

Abitavo in una frazione ai margini della città, e uscivo sempre con due tipi: Il Chiaro, e il Moro.
Mi ricordo che un anno ritornai dalle vacanze al mare e li trovai che avevano iniziato a frequentare regolarmente il paese; venne a formarsi una combriccola davvero numerosa, che comprendeva noi e alcuni tipi del posto. Quando fumavamo, per la maggiore eravamo sempre gli stessi; c’ era anche una ragazza, era molto carina ed era la fidanzatina di uno del gruppo; ciononostante, non disdegnava di trattenersi con noi a chiacchierare. Non era come le solite ragazze del paese, forse anche perché spesso aveva viaggiato, per raggiungere suo padre separato che abitava al Nord; molto disinibita, simpatica, non ci snobbava come facevano le altre. Spesso aveva guai con la madre; credo che segretamente ne eravamo innamorati tutti…

Per andare a scuola prendevamo l’autobus. Uscivo di casa, facevo un tratto di strada, e poi giù per un viottolo che portava alla fermata.
Salire sull’autobus era come una festa: trovavo gli amici di fumata, e la mattina presto avevano tutti lo sguardo ancora intorpidito dalla sera precedente. Ci guardavamo, ci leggevamo negli occhi e ci scambiavamo dei sorrisetti di intesa. Il breve viaggio passava tra cazzate, chiacchiere, e qualche coglione che perdeva l’equilibrio e sbatteva lungo disteso nel corridoietto. Poi c’era il bigliettaio, che ce la menava sempre perché credeva che lo volevamo fregare. E aveva ragione; spesso lo facevamo. Mi ricordo che sembrava un’ alcolizzato; aveva tutta la faccia rossa, e col naso color peperone e i capelli bianchi aveva l’aspetto di uno strano supereroe…
Si arrivava al terminal degli autobus, e lì decidevamo se bigiare o meno. Una lunga giornata chiusi tra quattro mura non era l’ideale, e dunque, spesso sceglievamo di andare in giro per la città, o in qualche locale.
Ce n’era uno che andava molto in voga allora; era il punto di raduno di tutti i ragazzi della città; credo che il proprietario quell’anno si fece un sacco di soldi…
Si andava lì e si cercava di trovare dei posti, ordinando qualunque cosa che costasse poco; a volte mettevamo la musica da discoteca a palla e ballavamo. C’erano un sacco di persone, soprattutto ragazzini, che indossavano leggere giacche a vento tutte colorate, e si “sparavano le pose” fuori e dentro il locale. C’erano ragazzine arrapate che cercavano qualche palpatina, e anche qualche tossico che spacciava. Noi del gruppo prendevamo, andavamo in villa a fumare, partivamo per le stelle, e ritornavamo al locale a bighellonare.
Una volta, durante una fumata, ci venne la fantasia che il locale fosse completamente allagato; stavamo seduti sugli sgabelli e alzavamo i piedi per non bagnarci! E ci scompisciavamo di brutto!
Uno dei nostri poi, insisteva nel dire che quando era entrato nel locale si erano messi tutti ad acclamarlo: tutta la gente che ballava si era fermata, e ci fissava come alieni provenienti dalla Luna, e poi aveva iniziato ad applaudire, a sorridere, a toccarci come delle vere e proprie rock star. Il locale aspettava proprio noi!

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