La mia prima esperienza lavorativa

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Come ho anticipato in precedenza, chi ha vizietti di vario genere è sempre a tasche vuote; quindi un’estate mi rimboccai le maniche e mi dedicai alla ricerca di un lavoro.
Cercai nei bar, nei ristoranti, ma non avevo molto successo, soprattutto per i miei capelli lunghi; cercai anche da alcuni distributori di benzina, ma niente; allora iniziai a capire che non era solo per i capelli lunghi: l’effige di “sbandato” ce l’avevo addosso, e in un piccolo paese questo rappresentava indubbiamente un problema…
Quando ormai avevo perso ogni fievole speranza, un tipo a cui era arrivata la voce che cercavo lavoro mi contattò. Obelix aveva un piccolo furgoncino, ed era solito girare per sagre e feste paesane a vendere panini e altra roba da mangiare; era un tipo molto grasso (…), per via di tutta quella roba che cucinava e mangiava, e soprattutto, aveva già sulle spalle un infarto. In paese tutti sapevano che la moglie l’aveva lasciato per un tipo più giovane e si era portata via i figli, ma nonostante questo non si era incattivito, anche se aveva il suo bravo curriculum di persona non molto raccomandabile…
Ci demmo appuntamento per il pomeriggio al luogo della sagra che era solo ad un paio di chilometri da casa mia. Arrivati sul posto, per prima cosa caricammo sulla macchina delle grosse travi di ferro da montare assieme per costruire lo scheletro del bancone. Ritornammo poi al deposito dove teneva il furgone, e lo caricammo di tutte le bibite, il barbecue, panini, e ogni cosa che occorreva per la sera della festa. Ci mettemmo in viaggio in direzione di dove avevamo lasciato le grosse sbarre di ferro per il bancone, e lungo la strada chiacchierammo e fumammo qualche sigaretta; mi parlò di come gli andavano gli affari, e come andavano in generale alla gente che faceva il suo mestiere. Non fanno di certo una vita da banchieri, e i guadagni variano a seconda di come va la sagra o la festa, rispetto all’afflusso di gente e alla presenza della concorrenza e cose di questo genere. Eppure appena arrivammo con il furgone, tra tutti gli ambulanti, in generale, ebbi l’impressione ci fosse una specie di meraviglioso codice d’onore: erano molto solidali tra loro, del resto molti si conoscevano da vecchia data. Io, che lì in mezzo ero come un pesce fuor d’acqua, mi trovai subito a mio agio; quel genere di venditori hanno poi una specie di capacità magnetica nel parlare con le persone; i gesti, le parole… mi trattavano davvero bene, anche se me la menarono un bel pezzo per i miei capelli lunghi, che me li dovevo tagliare, che sembravo una donna e cose così, ma bonariamente, senza cattiveria. Il mio grosso datore di lavoro poi mi esortò a tirarmi i capelli indietro e mettermi un bel berretto in modo che la gente non si facesse cattive idee. Scaricammo la roba dal furgone e mi ammazzai, nel vero senso della parola, di lavoro; non erano tanto i panini,o i barattolini di maionese, ma quei maledetti fornelloni e frigoriferi e barbecue che dovevamo scaricare valorosamente a spalla (più che “valorosamente” direi “dolorosamente”) , discendere a terra, e disporre in modo che si affacciassero al passaggio della strada. Restammo lì a montare roba per qualche ora. Disposti poi i vari condimenti e tutto il necessario per i panini ero già sfinito ma reggevo ancora e mi appoggiai un po’ dietro al furgone a fumarmi una veloce sigaretta. A stare lì, indaffarato, quella festa, in sè molto simile ad altre a cui ero solito andare, mi apparve sotto un’ altra prospettiva: di solito a un evento del genere ci si va quando è già tutto bello, illuminato, pieno di gente; quel lavoro invece mi diede la possibilità di veder crescere le cose dal niente: quando eravamo arrivati non c’era quasi nessuno, poi  all’imbrunire iniziarono ad accendersi le luminarie; con il passare del tempo e con il lento arrivo della sera la festa iniziò ad affollarsi di brutto, gente di paesi vicini, dalla città, curiosi, bambini con i loro giocattoli fluorescenti appena comprati, e noi in questa cornice festosa e movimentata che cominciavamo a darci da fare di brutto perché le richieste di roba da mangiare aumentavano continuamente… non c’era più tempo per sigarettine veloci o sguardi alla folla; si dovevano usare le mani, e anche velocemente. Il capo mi mise prima ai condimenti: schiacciavo pulsanti di ketchup e maionese e mettevo ripieni di funghi e roba sott’ olio, ma andavo molto bene, forse perché tendevo a esagerare nelle dosi, così, dal momento che vicino alla griglia delle salsicce doveva starci lui, quasi obbligatoriamente mi mandò a friggere patatine, lavoro che mi riusciva facile se non fosse stato per il fatto che non avevo grandi nozioni sui tempi di cottura e che mi ci volle un po’ per abituarmi ai ritmi di lavoro necessari. Poi sul tardi arrivò la nipote del capo, una bella ragazza bionda, snella, occhi azzurri, a darci una mano, e fu  provvidenziale perché mi sembrò solo un attimo che io ero intento nel lavoro a testa bassa, ma quando alzai gli occhi, vidi davanti al furgone un mare di gente…erano davvero tantissimi…avevamo talmente tanta roba a cuocere che il fumo sembrava uscirci anche dalle mani!…
La nuova arrivata prese il mio posto ai condimenti e alle patatine e io fui promosso al taglio dei panini: in poche parole ero seduto nel retro del furgone con questi sacchi infiniti di panini e un coltellaccio tra le mani con cui affettarli. Avrei dovuto prendere anche lezioni di affettaggio perché a più riprese rischiai di lasciarci qualche dito… Arrivavano momenti in cui non facevo nemmeno in tempo ad aprire i panini che già me ne chiedevano altri, e visto che il ritmo era incredibile, il tipo che stava alla bancarella di giocattoli lì a fianco, che credo non stesse facendo molti affari, si propose di aiutarci, sempre in base a quel codice d’onore a cui prima avevo accennato, anche se credo che qualche compenso lo ricevette, oltre al fatto che i suoi due pargoletti venivano di tanto in tanto a mangiucchiare qualche cosa nei momenti di pausa…
La festa era quasi terminata, ed era proprio quello il bello, perché la gente cominciava a sfollare e il complesso con l’orrenda musica di liscio che ci aveva trastullato per tutta la sera chiudeva finalmente i battenti, quindi tutti stanchi ed affamati finimmo per fare una breve sosta sul posto per rifocillarci.
Dunque, quella serata procedette a velocità incredibile, come i bigliettoni che entravano nel grosso contenitore di cartone messo all’interno del tavolo, e mi sentii per la prima volta come in una vera e propria squadra affiatata che si muoveva con un unico scopo: persi di vista i soldi, e pensai di più al mio “dover fare” per rispetto anche degli altri.
Finalmente esaurimmo le scorte di panini e anche le salsicce, e dovemmo chiudere, ma non perdemmo granchè in clientela. Erano rimasti davvero solo gli ultimi ritardatari, che cercavano perlopiù qualcosa da bere, così ebbi il tempo di rilassarmi un po’ , sgranchirmi le gambe e sedermi su quelle sedie di plastica che fino a qualche momento prima erano riservate ai clienti che vedevo ben spaparanzati.
Ero venuto con il capo quella sera, e dovetti rimanere lì a lungo ad aspettare gli ultimi ubriaconi di turno che smaltivano e toglievano il disturbo. Facevano sempre gli stessi discorsi di fighe, puttane, scopate strane con donne dell’est, e il mio capo sembrava andarci giù pesante…così me ne rimasi appollaiato sulla sedia con la mano sotto il mento, sfinito dal sonno, dalla stanchezza, e dall’ascoltare tutte quelle cialtronerie. Fu allora che mi accorsi di un’altra trasformazione di quel luogo: eravamo passati infatti dalla calma iniziale, durante la quale avevamo montato banconi e staffe con sporadica presenza di persone, al trambusto tremendo del cuore della festa vera e propria, quando cioè il posto pullulava di gente. Ora, intorno, oltre a qualche risata “alcolica”, c’era il silenzio assoluto. La pace più totale.
La gente era tornata alle proprie casettine e aveva spento le luci; anche le luminarie erano state spente; solo i lampioni, con la loro luce soffusa, illuminavano la zona, ora riaperta al traffico. Era diventata di nuovo un’oscura strada di provincia, con qualche macchina che passava silenziosa.

Così, quando tutti se ne furono andati finalmente, caricammo la roba sul furgone, sempre con la sola forza delle nostre sante e onorevoli spalle, e la chiudemmo per bene lasciandola lì, poiché la nipote era venuta in macchina e saremmo tornati a casa con lei. Il capo diede un ultimo saluto al tipo dei giocattoli per l’aiuto ricevuto, e sembrava anche un po’ brillo, ma non esageratamente, quindi montammo in macchina e partimmo alla volta di casa.
Mi stravaccai sul sedile posteriore, e la strada, con la sua sterpaglia oscura mi sembrò quasi un sogno…
Per quella sera salutai il capo e sua nipote e rincasai con l’intenzione di concedermi una lunga dormita. Mia madre mi aveva aspettato, e quando rincasai mi rivolse alcune domande su come era andata e tutto il resto, ma non le diedi molto retta perché arrivato in camera mia non feci neanche in tempo ad indossare il pigiama…mi sentii talmente sicuro ed in pace con me stesso che crollai quasi all’istante in un sonno profondo.
Dopotutto, per quella giornata mi ero lasciato alle spalle la solita routine di “fuori di testa” e perdigiorno, e mi sentii di aver fatto qualcosa di buono.

Dormii meravigliosamente, e quando mi svegliai era quasi pomeriggio e quindi dovetti subito mettermi in marcia per il mio secondo giorno di lavoro. Andai in motorino stavolta, e ci demmo appuntamento al furgone. Dopo aver serpeggiato veloce per le stradine, arrivai sul posto, parcheggiai , e subito ci demmo da fare rimettendo tutto in ordine analogamente al giorno precedente: un’altra giornata di lavoro cominciava…
Rispetto alla serata precedente vennero meno persone, del resto il santo patrono si festeggiava il primo giorno, e quindi il grosso del lavoro era finito. Si procedeva più adagio nel servire i clienti.
Mi vennero a trovare i miei amici, e anche se mi presero per il culo per un pò, soprattutto per il buffo cappello che indossavo, gradii molto la loro presenza; il capo mi concesse anche un po’ di tempo libero per chiacchierare con loro; il liscio, che fin da bambino mi ha sempre messo addosso uno sconforto infinito, si diffondeva ancora una volta nell’aria, e ci arrivava alle orecchie mentre eravamo seduti lì al tavolo a chiacchierare. Una cosa però non potrò mai dimenticare: in quei giorni ho mangiato gli hamburger più squisiti che avessi mai assaggiato, ed era da tempo che non mangiavo tanto di gusto. Forse in parte era per l’affaticamento al lavoro, ma non ricordo niente di più delizioso…
Quella sera non dovetti sorbirmi le chiacchiere degli ubriaconi, quindi montai sul motorino e feci ritorno a casa a farmi un’altra bella dormita in prospettiva dell’ultimo giorno di lavoro.

L’ultimo giorno passò in un baleno, a smanettare tra ketchup, maionese, patatine e panini, e la notte arrivò in un lampo.
Chiudemmo i battenti e mi sedetti tranquillo, sigaretta accesa, ad aspettare la mia paga. Il capo cacciò un grosso fascio di banconote e iniziò a contarle attentamente; le serate erano andate davvero bene! Allora lo guardò, mi guardò in faccia, e me le diede tutte, annuendo con un vago sorriso.
Le presi in mano e sentii che era un folto addensamento di “fogli di carta”, così le buttai nel vano del motorino, salutai, e me ne andai. Una volta a casa le ricontai per bene; non avevo mai avuto tanti soldi tra le mani, e anche se erano banconote di piccolo taglio la loro voluminosità era notevole. Le contai e ricontai, e stabilii che erano circa 140.000 lire. Mi aveva pagato davvero bene per tre sole giornate di lavoro, e non mi lamentai. Aprendo il vano del motorino e guardando quella somma di denaro mi ero sentito un piccolo miliardario, e aveva poca importanza che in realtà non lo fossi affatto…
Con quei soldi non vi dico cosa comprai, anche se credo che lo abbiate già capito. Non li spesi tutti subito, ma dopo un po’ nelle tasche rimasero solo i rimasugli del tabacco.

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