Padova

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Sono a Padova oramai da quindici giorni.
Mi ci sono trasferito con mia madre, raggiungendo mio padre che già lavorava qua. Ho fatto un viaggio così squallido che solo a pensarci mi si ghiacciano le palle…
Siamo venuti con un furgone, e in pieno inverno ci siamo fatti circa 800 chilometri con il riscaldamento guasto. Tre coperte addosso non bastavano a tener lontano il freddo! Ho cercato di dormire, e per un po’ ci sono riuscito; ho dormito fino a che quel coglione dell’autista non si è distratto e ha sbandato paurosamente. Mi è venuto da pensare ad un sacco di cose…Ho visto un sacco di macchine che andavano su e giù per quell’autostrada infinita; ho visto volti di persone, chiuse nelle loro automobili, con la loro famigliola, che andavano dritte e libere in posti a me ignoti… e poi mi è venuta in mente la storia di una strada, fatta di circuiti e tradizioni, e ho visto un paese lontano in fiamme, perdersi inabissato, tra le strisce bianche che costeggiano la strada…
Sono sdraiato nel mio letto a pensare ai miei ricordi, e alla mia vita. Fuori dalla porta non c’ è una coda di amici ad attendermi, non c’ è lei, non c’ è una ragazza…
E non c’ è un ambiente o un odore a me familiare.
Beh, mi ci abituerò…
I ricordi mi arrivano come nebulose splendide, senza ordine di tempo, in una confusione di immagini.
Mi torna in mente la ferrovia che vedevo da bambino, quando mio padre lavorava alla mensa dei ferrovieri… perché a me piace immaginare la vita come le rotaie di un treno, due rette parallele che non si incontrano mai, una positiva e una negativa: Io mi muovo lì in mezzo, solo, saltando dall’ una all’altra, e osservando all’orizzonte il punto in cui le rette si fondono. Cammino così, per la strada infinita, con tanta voglia di arrivare, ma con la certezza di non farlo mai.
C’è un treno, che un giorno, mi porterà in un posto di sogno…

…mi rivedo sul promontorio di fianco al paese, la nostra collina personale, muovermi a ritmo di
una di quelle ballate impazzite di Syd Barret con in mano una bottiglia di gin, di quelle che ti spaccano culo e stomaco, e dietro di me, sulle scale dell’acquedotto, la folta schiera di amici come topi sul formaggio, e la fiamma accesa che si muove nella notte preparando una di quelle canne di hashish che ti mandano in orbita…

Non ricordo di preciso dove, comunque quella sera credo che si andasse ad una festa…andare a una festa di solito includeva il “rituale”; sei lì, in mezzo alla pista, con le luci che ti entrano negli occhi e ti riscaldano, la musica pompa energia; con la mente libera da ogni inibizione sei aperto a ogni movimento, a ogni emozione, fino a che, a fine serata ti ritrovi a pezzi per fare qualunque cosa, anche dormire…

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