Il mio migliore amico

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Ritornai al bar più rincoglionito di prima su come fossero le donne. A casa ero stato tra i rimorsi un’intera nottata.
Ero avvolto nella paranoia più nera, tra sogni di carne e profumi nauseanti; intorno a me tutto sembrava sgonfiato, come se avesse perso di volume. Stavo nella mia stanza e il televisore mi proiettava immagini opache e intraducibili.
In bar con gli amici, scoprii la medicina per non pensare: canne, canne a volontà, e la nera paranoia diventava doppia, ma più accettabile. Che cosa me ne fregava, in fondo, di loro? Io avevo i miei sogni illusori, che sostituivano ogni cosa senza problemi…

Di tutta la comitiva dei “fumatori”, con uno stavo sempre insieme: era Capello. Chiacchieravamo molto: si parlava di scuola, musica, motorini, e stavamo lì a fantasticare per ore. Ci mettevamo spesso dietro al bar, dove c’era uno spiazzo coperto, e ci sedevamo su delle sedie mezze sgangherate; se non eravamo già fumati si vedeva di farla lì una bella canna, di nascosto dagli altri, ma soprattutto, di nascosto dal barista. Ci mettevamo mezzi sdraiati su quelle sedie e ci raccontavamo un sacco di cose. Ci guardavamo intorno, e lo schifo di quelle sedie ammassate e giornali ammucchiati sembrava brillare, la quercia che stava ritta davanti a noi era la scala per il cielo…noi stavamo lì seduti, e tutto ciò che avevamo intorno era come un palazzo di pensieri e di emozioni, e a noi toccava costruirlo…
Capello era sull’uno e ottanta, aveva i capelli molto lunghi, come me, e due grossi piedoni ai quali calzava sempre scarpe da ginnastica americane. Era un tipo molto simpatico, che stava allo scherzo, ma non amava essere preso per il culo. Aveva una Vespa con la quale facevamo lunghi giri; a volte andavamo in città e altre volte ci spingevamo fuori, nelle periferie. Spesso giravamo in cerca di fumo, percorrendo notevoli distanze per trovarlo; passavamo da strette stradicciuole di paese a più larghe e più confuse strade di città, tra strade e superstrade che non conoscevamo neanche. Là dietro, su quel sellino, mi divertivo a guardare il cambio di paesaggio, che si muoveva come la pellicola di un film, intorno a noi…
I paesini, in generale, sono un insieme di case che sembrano stare l’una sull’altra, e tra le quali le minuscole stradine si perdono. Può succedere che qualcuno  butta un secchio d’acqua proprio mentre stai passando, o che qualcun altro stia stravaccato su una panchina con i piedi che quasi arrivano in mezzo alla strada tanto è stretta… Hai l’impressione che qualcuno abbia progettato male tutto, perché lo spigolo di qualche casa a momenti ti sbatte in faccia! Poi arrivi nelle strade secondarie, c’è erba, e campi incolti, oltre a bottiglie, lattine e spazzatura varia. Ci sono alberi di ulivo, viti, piante di tabacco e qualunque altro genere di roba che posa fruttare qualcosa o servire a qualcosa. È bello arrivare sulle alture per quelle strade che serpeggiano in infinite curve; ti sembra di essere il padrone del mondo, con mille paesini di cui non conosci neanche il nome che ti si parano davanti agli occhi, lì, in fondo alla vallata…
Se vai in città, tutto diventa sporco, le macchine sono accalcate l’una sull’altra, proprio come le case dei paesini. Scivoli veloce nel traffico ed entri in traverse che costeggiano il fiume inquinato che ti ricorda più una costruzione di cemento che un corso d’acqua; Il rivolo che rimane era solo una volta un fiume, ora perso tra gli imponenti muraglioni che lo circondano e la rigogliosa vegetazione che sembra sorta dal nulla…

Una volta io e Capello avevamo proprio voglia di fumare, e prendemmo appuntamento con un tizio, poco distante dal paese; il cielo era nuvoloso, ma non ci poteva fermare niente, così ci avviammo, a cavallo della Vespa, accompagnati da una colonna sonora di borbottii e tuoni lontani. Mancava giusto qualche chilometro per arrivare al luogo dell’appuntamento quando iniziammo a sentire una pioggerella molto sottile sopra la testa; allora Capello, che guidava, accelerò, e cominciammo a guizzare veloci lungo la strada, con il vento e l’acqua che ci sferzavano viso e  orecchie; superammo un curvone e ci immettemmo in un lungo tratto di strada nel bel mezzo del niente; non c’era una casa; solo campi e alberi. Ci volle un’attimo perchè la pioggerellina si trasformasse in vere e proprie secchiate d’acqua, e il bello era che tanto più acceleravamo per arrivare, tanta più acqua prendevamo!
Decidemmo di fermarci lungo la strada e metterci sotto un albero: zero assoluto; quell’albero non riusciva a trattenere nemmeno una goccia di pioggia…aspettammo un po’ e poi rimontammo in Vespa, con ancora l’acqua a secchiate che ci entrava negli occhi e ci annebbiava la vista. Dopo qualche quarto d’ora di strada arrivammo a destinazione; eravamo come usciti da un’immersione di profondità: anche le mutande avevamo inzuppate! Come ci muovevamo gocciolavamo acqua dappertutto. Arrivammo da quei tipi che avevano il fumo, che ci presero un po’ per il culo, intascammo la lingua, gli demmo il contante, anch’esso fradicio d’acqua, e ritornammo finalmente al bar che eravamo come due spugne lasciate a mollo in un lago, infreddoliti e anche un po’ rintronati dall’accaduto…
Tante altre volte su quei motorini avevamo preso acqua, ma quella fu la doccia più memorabile della nostra storia…

Dopo esserci cambiati, quella sera, ci ritrovammo di nuovo seduti là, dietro al bar; fumammo un pò, e tutto prese una  piega diversa. Divertìti, ci rivedevamo come due rincoglioniti a beccarci acqua addosso e a imprecare tra respiri affannosi e grosse boccate di pioggia, perché, vi giuro, era davvero un muro d’acqua!
Cominciammo a parlare: quando io e Capello discutevamo, si arrivava a ragionamenti infiniti che ci portavano a strane conclusioni. Si parlava di tutto, ma un giorno, non so perché, pensammo alla morte, e vidi negli occhi arrossati di Capello un brilluccichio di tristezza; era qualcosa che radicava nel suo passato. Allora mi raccontò la sua tremenda storia: disse che aveva perso la madre e un fratello a pochi giorni di distanza, mi raccontò dei vaghi ricordi di bambino che aveva della madre, un bambino che era rimasto sveglio molte notti da una scossa di cruda realtà. La madre era infatti un’alcolizzata; beveva, e stava morendo; mi disse che una volta la vide vomitare in bagno sangue rappreso e… non so cosa pensi un bambino vedendo cose come quelle… credo che sia un corso accelerato di infanzia; vedere la propria madre morire giorno dopo giorno non è un bello spettacolo per nessuno. La cosa triste è che quando succedono cose così, non puoi dare la colpa a nessuno, eppure tutti quelli che ci stanno dentro si sentono peggio del morto…
Mi raccontò poi la storia del fratello, ucciso lentamente da una grave forma di cancro…
Un giorno, un tipo da giacca e cravatta, un avvocato, ma di quelli che non sanno parlare, venne al bar e per questioni di posteggio fece casino con Capello; gli disse, incazzato, che  era solo un povero stronzo, e che stava facendo la stessa fine del fratello…
Quella volta lì, andammo fuori e ci mettemmo seduti sul muretto, e per qualche minuto morii anch’io
assieme a lui…

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