La scuola stregata

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Avevamo scelto un parco che stava in un paese vicino: non era molto grande, ma in quella zona tutti sembravano farsi i fatti loro, così le nostre spedizioni partivano a qualsiasi ora del giorno e della notte. Una volta riuscii a rimediare un bel pellerossa, e in quel parco demmo un bel festino per pochi invitati; offrii io quella volta, ma era una cosa che girava: una volta toccava a uno, un’ altra volta toccava ad un ‘altro, sempre senza regole, senza accuse a nessuno. In quel periodo fumavamo abbastanza spesso, ma non eravamo mai stati tanto stronzi fino al punto di menarcela a vicenda; quelli che fumavano a scrocco, quelli sì che ci stavano sulle palle, non perché non partecipassero economicamente, ma perché per la maggiore erano quelli che fumavano, si sconvolgevano, facevano gli amiconi, e poi quando se ne andavano erano capaci di dire qualunque cosa sul nostro conto. A questo non ho mai saputo dare una spiegazione razionale…credo che risieda in un caramelloso subconscio bombardato da rincoglionimenti generali di generazioni e generazioni…
Una sera, come era nostro simpatico programma, demmo un’ altra bella festicciola e ci riunimmo a casa del Buono, un nostro amico; i suoi quella sera non c’erano, perciò potemmo abusare tranquillamente della casa; se solo quella sera il padre fosse stato nei paraggi ci avrebbe preso a calci in culo per il raggio di trenta metri…
La festa era a base di vino, in una normale, sana tradizione di provincia. Arrivammo tutti belli pimpanti, ma tranquilli per lo più; all’inizio eravamo molto timorosi, poi prendemmo rapidamente confidenza con il luogo e ci mettemmo a nostro agio con qualche fiasco tra le mani. Cucinammo spaghetti e ne venne fuori un mezzo piatto a testa che caricammo di peperoncino al punto che ogni boccone dava quasi il disgusto. Ci riunimmo a mangiare intorno a un grosso tavolo in cucina, mentre alcuni di noi cominciavano a dare segni di “esaltazione”: Pitone per esempio, già era elettrizzato di brutto, tanto che si strappò i peli dal petto e li sparse nel piatto tipo formaggio, impastando poi il tutto!…
Dopo qualche mezz’ora che eravamo lì a mangiare e bere, mi sembrò di essere nella stiva di una nave che ondeggiava tutta… ci mongolizzammo un po’ davanti alla televisione, poi iniziammo ad intonare improbabili canzoni, fino a che…. sentimmo la macchina del padrone di casa che faceva rientro!
Le bottiglie sparirono come per magia e cercammo di darci alla meno peggio un contegno, almeno per quell’attimo che il padre del nostro amico entrasse a dare un’occhiata. L’uomo difatti sbirciò, ci salutò, e ci disse che sarebbe andato a dormire, quindi ci invitò a limitare il baccano. Non fece in tempo a sparire che, senza pensarci due volte afferrammo le bottiglie di vino e barcollando sotto la luce dei lampioni arrivammo ai motorini e via nella notte, a continuare il nostro festino altrove!
Ci fermammo così davanti alle scuole elementari, poco distante, ancora in preda ai fumi dell’ alcool: parcheggiammo i motorini e occupammo la zona con i nostri fiaschi di vino a portata di mano. C’era Grammo che non stava tanto bene di stomaco e pensò di farsi una scappatella nella casa in costruzione di fronte. Alfio, quello del motorino della casa degli spettri, aveva sempre lo stesso tic: infatti si mise ad accelerare e piroettare; lo faceva da manuale per quello, ma fummo costretti a dirgli di smettere di fare casino per non svegliare tutto il vicinato. Allora si fermò, scese dal motorino e trovò un gatto; lo prese in braccio, e si mise ad accarezzarlo così dolcemente che faceva tenerezza. Lo accarezzava, e lo accarezzava, mentre qualcuno lì nella casa in costruzione vomitava…
D’improvviso scoppiò la mania di fare mega gare con i motorini: erano lì che andavano avanti e indietro, veloci come razzi, con frenate da brivido,quando ad un certo punto iniziarono ad accendesi le varie luci del vicinato. La notte ombrosa era interrotta da lontani bagliori… chi era più sobrio cominciò a cercare i superstiti: uno lo trovammo nel cortiletto della scuola intento a vomitare, sdraiato a terra con in mano una persistente sigaretta che rifiutava di buttare; l’ altro tornò in condizioni pietose dalla casa in costruzione, e infine c’era lui, quello del motorino, imperterrito, seduto sulla panchina ad accarezzare il gatto che chiamava continuamente col nome di un nostro amico!!!… lo persuademmo a lasciare quel gatto e andarcene di filata perché a momenti gli abitanti del posto ci sarebbero stati addosso, e per averli svegliati a quell’ora ci avrebbero fatto vedere i sorci verdi, così, dopo averci fissato a lungo con un’espressione quasi triste, si alzò e buttò il gatto, nel vero e proprio senso della parola, cioè scaraventandolo al di sopra della recinsione della scuola per una distanza di almeno dieci metri!
Non c’era tempo di guardarci intorno, dovevamo andare; già sentivamo le voci di persone che stavano venendo a farci una visitina, era notte inoltrata… un’ultima occhiata al gatto che un po’ ammaccato se la svignò tra i cespugli, e via sui motorini!

Quella scuola per certi versi era maledetta: una sera infatti, un tizio un po’ svitato, durante una festa organizzata dal comune all’interno dell’edificio, si era messo a ballare come un forsennato; già era in là con gli anni, ma lui sembrò non darci peso, allora mentre si dimenava tra gli sguardi stupiti della gente, cadde a terra di colpo. Tutti gli fecero capannello intorno ma lui giaceva lì a terra e non dava segni di vita; arrivò presto l’ambulanza, ma non servì a niente: attacco di cuore. Ormai era andato. Ho sentito dire che è il modo migliore per andarsene… fatto sta che un attimo prima il sudore gli correva sul viso, accarezzando il suo centenario sorriso, e sembrava essere lì, vecchio ma pimpante, la vita in carne e ossa, mentre adesso era steso a terra senza espressione in volto, la morte in carne e ossa…
Penso che quell’attimo che abbiamo, che, insomma, ci è stato concesso, si debba apprezzare appieno sempre, perché la vita e la morte sono un attimo, e bisogna ridere ed essere felici, se si può, quando si è in vita, e lasciare la tristezza alla morte. Per quello che mi riguarda, cercavo con tutto me stesso quell’ attimo di vita, ma il modo che avevo io di cercare mi portava sempre di più a contemplare la morte…ma adesso non mi voglio mettere a filosofare, quindi torniamo a quella scuola “maledetta“: una sera, dopo il tragico evento, eravamo parcheggiati proprio lì davanti quando ci venne voglia di fare un giro in motorino intorno all’edificio, così, per divertimento: il gusto era di attraversare l’ampio cortile posteriore in disuso, che era completamente al buio e dava sulla desolata campagna circostante. Partimmo, e avanzammo lentamente: lo scenario che poco a poco si parava davanti ai nostri occhi aveva un che di lugubre e di inquietante; scuri finestroni e dondoli immobili come sagome nella notte mettevano davvero i brividi. Sembrava un paesaggio spettrale, e la solitudine della campagna ne amplificava l’ effetto. Finito il giro, io mi fermai davanti al cancelletto di entrata mentre gli altri vollero ripetere l’esperienza: ero lì che aspettavo quando udii un urlo animalesco proveniente dal bosco che mi fece raggelare il sangue…ci fu il fuggi fuggi generale; I ragazzi accelerarono all’impazzata e schizzarono via veloci; Pippo nel trambusto cadde perdendo il faro anteriore della sua Vespa e dovette fare appello a tutto il suo coraggio per tornare a recuperarlo.
Cagàti addosso partimmo a razzo e via, lontano da lì!
Non sapemmo mai chi o cosa era stato, ma da quella volta credo, chiudemmo per sempre con posti stregati e cazzate di questo genere.

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