La mia solitudine

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A prendere il fumo andavamo sempre io e Capello perchè gli altri non se la sentivano di rischiare. Addirittura ci prestavano anche i motorini per andare a prenderlo, ma tra un “forse“, un “non so“, e un “va bene“, a fare il lavoro sporco eravamo sempre e solo noi. Si parlava, si comprava, e si fumava, e poi la sera, finite le avventure, chimiche o reali che fossero, ci ritrovavamo nel chiuso delle nostre case, dove la vera magia aveva inizio: avevamo preso il vizio di fare le nostre brave scorte per la lunga serata che ci attendeva. Si fumava in gruppo, e poi con la carica per la notte rientravamo tutti belli contenti: si doveva assolutamente avere un sogno da fumare, perché se no la notte non era notte; se no ti raggiungeva la noia, la routine, o meglio, l’ odiata lucidità, che non è mai l’obiettivo di chi fuma…

Arrivavo dal paese in motorino, a volte ancora annebbiato dallo sballo precedente, e la casa mi appariva come un sogno: aprivo il cancello, e il gioco aveva inizio. Lì, in casa, ero solo; solo, nel mio mondo di illusione.
I miei erano ignari perchè quando tornavo era sempre molto tardi e loro erano già saliti su a dormire, stavano nel loro caldo letto…
Mettevo il motorino sul cavalletto ed entravo in una casa infinita, con una smania di eccitazione. Preparavo tutto sul tavolo: accendino, cartina tagliata, sigaretta, fumo, e la catena di montaggio aveva inizio. Mi muovevo come un automa veloce, senza sbagliare, con la concentrazione di un essere soprannaturale; i fumi si alzavano e mi inebriavano; la mano leggermente sporca di tabacco riempiva la cartina chiusa e si univa all’altra come in una preghiera solenne; tendevo l’orecchio ai piani superiori, cercando rumori che mi potessero allarmare: una fiammata, e il sogno cominciava…

Boccate dolci davanti a un televisore mi inebriavano presto la mente; i miei sensi si sarebbero acuiti, e sapevo che presto sarebbe iniziata la paranoia di sentire passi su e giù per le scale; mi alzavo per andare in cucina, ed era un viaggio infinito, un’ avventura tutta da vivere, lì, solo, senza nessuno, in compagnia dell’ annebbiato me stesso. Le voci della TV diventavano calde e penetranti, e ai discorsi che tentavo di seguire davo dei significati profondi e rivelatori: ogni parola ne nascondeva migliaia di altre, ma poi improvvisamente perdeva o acquistava di significato sempre senza comprensione.
A volte me ne andavo nel bagno al pian terreno e portavo con me giornali di donne bellissime con cui fare caldi sogni: non c’era nulla di perverso, non portavo roba porno. Con me dovevano esserci donne con gambe lunghe, e bellissime, che comunicassero solo erotismo; al resto dovevo pensare io con la mia mente, con la mia immaginazione…e il mio dolce e solitario respiro si snodava in un labirinto di piaceri, soprattutto quando spegnevo la luce; lì, nel nero più assoluto potevo perdermi nell’infinito, con le mani nel buio e la mia sensibilità acuita dalla droga…solo, tra oggetti e piastrelle luminescenti, con tanta voglia di amare ed essere amato…
Quando sei solo in questo modo, ti viene da pensare a tutto il mondo, e a quanto sia davvero lontano da te, a quanto lontano si perda mentre tu sei al centro di qualche altra cosa che sai benissimo irreale ma più vivo di qualunque cosa conosci, o meglio, della concezione dell’ essere vivo che tu conosci…

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