Il Paese

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Il paese dove stavo era decisamente un posto di merda. Una volta scrissi su un muro “QUESTO PAESE E’ IL VOMITO DI DIO”, ed il bello era che quel muro stava proprio in piazza, di fronte ad una scala di marmo da cui passavano tutte le persone ammodo che magari andavano ad un comizio che si teneva da quelle parti, o che so io. Era davvero divertente vedere le espressioni incredule di quei falsi perbenisti quando vedevano quella scritta nera sul muro! Dopo qualche tempo venne fuori che ero stato io, e me la menarono dicendomi che se non stavo bene lì me ne potevo andare, chiedendomi continuamente perché l’avessi fatto, e bla bla bla…anche se c’era qualcuno che in fondo in fondo, era d’accordo con me.
Cancellarono poi tutto quanto, e a me non fregò più di tanto. Avevo scritto quelle parole pensando fondamentalmente a qualcosa di forte, ma poi, ripensandoci, sono arrivato alla conclusione che mi ha spinto l’ombra inconscia della birra…
Sì, fiumi e fiumi di birra, passati per le bocche di tanti coglioni, con i loro mestierini, a correre nella pausa al primo bar di quel lercio paese a tracannare. Alcuni sono morti alcolizzati, e credo che altri moriranno. E ti girano i coglioni quando passa un corteo funebre di chi so io… e il bar, per rispetto, abbassa la saracinesca. Oppure sul fegato o lo stomaco di qualche coglione, vederci costruire una gran bella villa piena di macchine nuove.
Non so perché, ma tutto questo sa di vivisezione…
Ho sempre odiato quel posto; non era raro che io entrassi in un bar e, per i miei capelli lunghi, qualche stronzo facesse apprezzamenti, tipo: “E’ arrivato Gesù Cristo”, o coglionate così. Mi additavano come un mostro, e lì, in silenzio, mi chiedevo chi fosse più pericoloso, un capellone fiacco che gioca ai videogames e resta zitto, o un alcolizzato che sputa sentenze…
I giovani “di successo”, si davano al calcio, perlopiù. Si facevano un bel fisico e, magari,rimorchiavano anche. I padri di famiglia bevevano, scopavano e poi si pisciavano addosso nei bar. Noi, che li odiavamo tanto, non eravamo poi così diversi da loro: volevamo stare fuori da quella situazione ed usavamo il loro stesso metodo; se cammini con lo zoppo, impari a zoppicare. Resta il fatto che, alle volte, noi zoppicavamo meglio di loro…

Se apri una libreria in quel posto, forse un inverno riesci a passarlo. Bruciando i libri. Ma il vero affare è il bar: attira gente come mosche. Seppi del padrone di un bar che girava per locali offrendo roba da mangiare, per vedere a che numero di scontrini erano arrivati e scoprire così se stavano vendendo di più; su questo potrei scriverci una novella…comunque credo che si debba davvero avere stomaco per fare di queste frittate…

Il bar in cui passavamo il resto della giornata usciti da scuola si trovava poco fuori dal paese; Il titolare l’aveva dato diverse volte in gestione. Il barista che mi è rimasto più impresso è un tipo che abitava in una frazione non lontano dalla mia; fondamentalmente era un tipo “giusto”; faceva anche credito senza problemi, giocava a biliardo con noi, e a volte ci scattava partite gratis ai videogiochi.
Quando volevamo fumare, io e Capello dovevamo prendere i motorini e andare in giro, consumare e ritornare. Non era permesso fumare lì; se ci avesse sorpreso sarebbero stati cazzi amari per tutti perché conosceva il padre di uno, l’amico dell’altro e così via, e saremmo finiti tutti nei guai. Una volta però mi capitò di rollare una canna dietro al bar; non avevo voglia di farmi chilometri in motorino, così mi sedetti su una fontana di cemento che stavano costruendo, con alcuni del gruppo: fummo beccati quasi subito, ma dal figlio del titolare! Apparentemente il tipo la prese bene, e assicurò di mantenere il segreto, ma poco tempo dopo venni a sapere di alcune voci poco pulite sul mio conto secondo le quali “mi facevo”; erano arrivate prima le voci che l’erba da fumare, e non ci misi molto a capire da dove erano partite e perchè…
Col barista invece, tutto andò liscio fino al giorno in cui gli venne in mente di aprirci la nuova sala giochi: arrivammo lì con la voglia di giocare a videogame e smaltire un po’ la nostra frivolezza; tutti trovammo un videogioco con cui divertirci, e chi non aveva soldi guardava gli altri giocare. Nell’angolo appena si entrava c’ era un grosso vaso di fiori finti che arrivavano un po’ oltre la porta; quei grossi fiori sembravano piume di uccello. Smilzo iniziò ad accarezzarli, poi tirò fuori l’accendino zippando velocemente… non ci volle molto per un principio d’incendio, e il barista incazzato ci cacciò fuori tutti quanti, prima che il malfattore potesse rendersi conto di quello che era successo. Da allora fummo tenuti a debita distanza, soprattutto il malfattore, e fu la fine delle partite scattate gratis…

Facevamo anche qualche partitella a scopa, in quella fogna. Lì, seduto al tavolino li vedevo arrivare, quei bulli da quattro soldi: panciuti, con i vestiti sporchi di calce e con l’aria da duri; mi lanciavano qualche sguardo torvo come per dire “qui comandiamo noi“, e con in mano la magica bottiglia si avvicinavano per sfogare la loro prepotenza se non gli avessimo ceduto i posti; “Non esisto!” – gridavo – “Non potete toccarmi! State diventando tutti come tante bottiglie di birra, e quando sarete belli pieni scoppierete, e il vostro odio lo caccerete dal culo!“…
Quelli più fichi erano i vecchietti, che sembravano non riuscire a fare neanche le quattro scale dell’ingresso, e che prima di arrivare a sedersi già si erano scolati un paio di drink al tritolo. Un tipo, che beveva solo amaro – aveva fatto la faccia secca che sembrava davvero un tipo amaro – fu capace di sbattere tre volte tre macchine contro lo stesso lampione tanto era fuori; tagliava la fatidica curva contromano, sempre nello stesso, identico modo; una precisione impressionante!
Anche se poi in fondo non c’è molto da ridere se pensi quanti guai e quante pene un tipo così porta a sè stesso e alla sua famiglia…
Negli occhi di quei vecchi vedevo una semplice filosofia: cerchi compagnia, e trovi un bar; e stai lì, reietto, per tutta la vita.
E lo stesso valeva per quei “signori” che credevano di mostrare palle d’acciaio: loro erano i veri uomini, e quello era il destino di un vero uomo.
Non sarebbe mai capitato a me. Non l’avrei permesso. Non esisteva. Io ce l’avrei fatta.
Ma il tempo passava, e l’incubo del perdente te lo sentivi marchiato addosso. Quei proverbi da tipo duro che ce l’ha duro con una bottiglia dura, sostituiscono ogni ragionamento, ogni logica, ogni diversità, e si dà tutto per scontato, persino la vita.
Noi eravamo lì come angeli vestiti da Arlecchino, incatenati a un cancello dorato per essere mostrati a tutti.

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