La gita di Ferragosto

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A quei tempi eravamo tutti amici: un legame che radicava nel profondo, e ci rendeva un gruppo inseparabile nel bene e nel male; a scuola…in paese…durante le feste…eravamo sempre uniti; poi, col crescere, la solita solfa: ognuno prende la sua strada, e restano insieme solo gli irriducibili…

Mi ricordo che un Ferragosto decidemmo di andare a fare una scampagnata in una vecchia casa di proprietà della famiglia di Alfio, o di qualcuno di loro conoscenza; la sera prima io e Capello eravamo andati in città a rifornirci di fumo in modo che all’indomani mattina fossimo già belli pronti, ed eravamo passati a comprare anche il necessario per la colazione al sacco in un supermercato del paese: panini, birre e cibarie varie; prendemmo anche un tipo di birra “costoso” per l’occasione. Avevamo incontrato Bobo, un grassone che di solito non usciva mai se non per giocare a carte con quelli del bar, e ci aveva chiesto se si poteva unire alla combriccola: “Perché no?!” – avevamo pensato – “A patto che ti porti da mangiare e da bere!
Così, di mattina presto partimmo come sempre a cavallo dei nostri destrieri d’acciaio, dopo che Grammo ci aveva fatto perdere un sacco di tempo perché non si era svegliato o qualcosa del genere…guizzammo veloci coi nostri zaini pieni di roba sulle spalle, magliette a maniche corte e il vento tra i capelli: era davvero una bella giornata.
Salimmo su per una collina e arrivammo, superato il sentiero pieno di erbacce, davanti a quella graziosa casa antica, che pur non avendo niente in comune con il Quisisana in qualche modo ce lo ricordava. Parcheggiammo velocemente i motorini e ci avvicinammo mentre le scarpe si bagnavano tutte nell’erba intrisa della brina mattutina. Capello aveva già preparato a casa qualche “spinterogeno”, lui è un tipo che ci si mette di buona lena, e appena arrivati, subito ne accese uno. Da buon compagno di viaggio mi feci subito sotto e fumai con lui a grosse boccate; in breve tempo, quella mattina – non erano nemmeno dieci minuti che eravamo arrivati – eravamo fuori di brutto!…dimenticai il freddo ed ogni tipo di problema e mi avvolsi in un sogno caldo dal sapore dolcissimo…
Posammo tutti gli zaini a terra e osservai meglio la casa: era una costruzione di due piani con una piccola scala esterna; dietro aveva una stalla piena di paglia e gli infissi alle finestre e alle porte erano di legno, vecchio ma robusto. Aveva a tratti un colore rosa, e delle vecchie tegole sul tetto piene di muschio.
Io e Capello occupammo rapidamente il secondo piano con altri che andavano e venivano. Grammo aveva con sé il drum e mi venne l’idea di farmici uno spinello: lo rollai rapidamente e ne venne fuori una sigaretta stretta e compressa. Lo sbattei leggermente e lo accesi; quello fu un grosso sbaglio, perché davvero quella canna sembrava non finire più: il fumo si alzava denso e io a circa metà del’opera ero sbiellato di brutto, ma non potevo assolutamente spegnerla perché era un peccato!!!
Allora fumai, e fumai, e fumai, e il mondo lì fuori mi apparve come una visione lenta e meravigliosa…
Mi affacciai dal balcone e guardai le ragazze che si passavano il pallone, i ragazzi che si rincorrevano, mentre la radio diffondeva una musica dolcissima in quel quadro contemporaneo…si muovevano come ombre bellissime illuminate dal Sole, e a me sembrava di starli a guardare da mille anni…
Ci accucciammo lì, sul balcone, parlando e rollando; non so di preciso quante ne facemmo, ma so che erano davvero parecchie perché ad un certo punto cominciai a sentire odore di erba in qualunque parte della casa andassi: di sotto, di sopra…era tutto un denso, acre, e dolce profumo…
Mentre stavamo lì a farci i fatti nostri e a chiacchierare della scuola ci vediamo spuntare Bobo, il grassone che giocava sempre a carte: aveva stretta tra le mani una bottiglia di vinello e andava danzando a passi goffi come un ballerino bulimico. Mi disse che si era bevuto tutta la roba che aveva portato con sé e che voleva fumare; la cosa curiosa era che non sapeva fumare, non fumava neanche le sigarette!
Indugiammo un po’, e visto che ci tenevamo nascosti da certi della comitiva per via delle solite infinite cazzate del paese “Tizio lo va a dire a Caio” e poi si finisce tutti in un mare di merda, decidemmo di farlo fumare; almeno non lo avrebbe detto a nessuno, se non altro per pararsi il culo.
Fumò aspirando tutto, dando dei colpi di tosse che sembravano sfondare il pavimento, poi cominciò a prenderci gusto…sembrava che ad ogni tiro si addormentasse! Ci mancò poco che si buttasse dalla finestra…poi scomparve dalla nostra vista.
Nel frattempo, Smilzo, seduto su un lato del balcone rideva come un ebete e giocava andando all’indietro e reggendosi ad un chiodo; lo guardai ancora mezzo addormentato, mi stropicciai gli occhi, e… in un lampo non c’era più!
Aveva fatto qualcosa come un salto mortale amorfo all’indietro per ritrovarsi appeso per la mano destra! Lo tirammo su increduli, e in parte sganasciati, e mentre chiedevamo spiegazioni, tutti flippati, chi si rivede? Il Ballerino Prodigio: stavolta il grassone si era portato la radio. Si piazzò in mezzo a noi, mise la musica da discoteca a palla e cominciò a dimenarsi come un mammuth e ad urlare cose tipo “…sono il dj capocchia!!!…sono il dj capocchia!!!…”, e stava lì, a sbattere il suo grosso culone a destra e a sinistra; addirittura, per goderci meglio lo spettacolo scendemmo giù per le scale e ci sedemmo nel prato davanti alla casa, poi ritornammo tutti su, andammo in una stanza e ci mettemmo a fare improbabili gare di ballo con qualcuno che faceva la luce stroboscopica aprendo e chiudendo velocemente la finestra che era fatta interamente di legno!

A fine pomeriggio eravamo tutti sfiniti; il Ballerino Prodigio si era scolato ogni liquido esistente nel raggio di trenta metri; la mia costosa birra infatti era sparita dallo zaino come per magia…
Prendemmo su e iniziammo a radunare la roba e a chiamare tutti quanti: due li trovammo distesi nella paglia delle stalle, altri due si erano imboscati con le ragazze che tornarono tutte allegre e pimpanti dopo la palpatina e qualcosa di più. Il dolce fumo che avevo sentito e mi aveva inebriato, si era trasformato in un nauseante odore di vomito; ovunque in quel posto, c’erano chiazze multicolore e magliette simpaticamente imbrattate… l’ultima “vittima” la ritrovammo sotto una siepe, dove a furia di rotolarsi e dimenarsi, si era ricavata un vero e proprio letto d’erba!
Era arrivato il momento di accendere un fuoco, e ci chiedevamo dove trovare della legna adatta; il Ballerino Prodigio allora prese la rincorsa, partì all’improvviso, e fu in grado di sradicare un albero mezzo marcio…era mezzo marcio, ma pur sempre un albero!…
Restammo così finchè l’oscurità non si addensò sulle nostre teste, mentre il fuoco leggero crepitava nella notte. Ci raccontammo ridendo, le cose che avevamo fatto nell’arco della giornata, tipo quando Smilzo si era stufato di sentire la radio e quel coglione che gridava e aveva preso a tirare violente pallonate sul muro della casa finchè prendendo la mira giusta non lo aveva colpito dietro al capoccione mentre stava andando a nascondersi, facendo fare ai suoi occhiali un volo di parecchi metri…

Così, dette queste cose, spostammo il grosso tronco dal fuoco e spegnemmo la brace, dopodiché all’unisono partimmo a bordo dei nostri motorini.
Lungo la strada pensai a quella casa, lì, sola, nell’oscurità più completa, che per un attimo aveva brillato di luce viva e gioiosa davanti ai nostri occhi, e che per quanto fosse vecchia, non credo avesse mai visto tanti pazzi tutti insieme…

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