Giochi pericolosi

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Quando andavamo a scuola, percorrevamo un lungo viale che tagliava la città nel mezzo. Di solito ero sempre con Capello, ma a volte  a noi si univa Dab, un tipo che era molto appassionato di musica. La sua caratteristica principale era la lentezza: era lento, ma lento…faceva ogni cosa con una lentezza impressionante! Però sapeva un sacco di cose…
Addosso, l’ombra degli anni settanta l’abbiamo sempre avuta: gruppi famosi come Doors e Pink Floyd erano sempre al centro delle nostre discussioni per le loro stranezze e per la loro bravura immortale, anche se noi appartenevamo di più alla generazione Pumpkins, Nirvana  e roba del genere…
Una volta, mi ricordo, lessi un libro che parlava di morti nell’ambiente del rock and roll: era un libro pieno zeppo di nomi, fatti strani, giochi strani.
La morte incute sempre un certo fascino, e quando eravamo a corto di roba si provvedeva diversamente: esisteva un gioco in cui si doveva trattenere il respiro e poi si effettuava una stretta al torace, si rimaneva senza aria per qualche minuto con conseguente calo di pressione, e si andava, si fa per dire, nel mondo dei sogni.
Una sera mi proposero questo gioco, e io, ignaro di qualunque rischio, accettai: stavamo quasi in mezzo alla strada quando mi preparai; Balto mi afferrò al torace, e mi lasciai andare nei colori sbiaditi dei miei occhi…
Non ricordo granché di quella esperienza; c’erano solo le luci soffuse dei lampioni che mi guardavano andare via per qualche minuto in un sogno d’angoscia che mi scosse tutto…
Quando i miei occhi si riaprirono ero in mezzo alla strada, con i miei amici intorno che mi schiaffeggiavano e che tentavano di rimettermi in piedi: nei loro volti prima avevo visto divertimento, ora vedevo paura.
Mi dissero che lì, a terra, in mezzo alla strada, avevo avuto delle strane convulsioni, e che loro si erano cagati addosso perché mi chiamavano e non mi svegliavo. Quella credo che per me fu una vera e propria esperienza di quasi-morte, e quando mi risvegliai, in piedi, con i miei amici che mi guardavano, ebbi paura: era come pensare di stare nel tuo letto e poi svegliarti in strada tra braccia e sguardi colpevoli…

Ci ripromettemmo di non fare mai più una cosa del genere, anche se da quella volta passò del tempo e lo rividi fare a un altro ragazzo: Smilzo non credeva fosse possibile una cosa del genere; più volte lo sconsigliai, ma lui volle fare il duro, e qualcuno lo accontentò. Così si preparò, fu stretto al torace, e lasciato: chi gli fece lo “scherzetto” però, si dimenticò di restargli vicino per sorreggerlo, e noi, che gli eravamo di fronte, lo vedemmo dapprima mantenersi in un precario equilibrio e poi andare rovinosamente giù, schiena a terra, dando una craniata paurosa sul pavimento. Eravamo nel cortile posteriore del bar;  rimanemmo tutti sconcertati, quasi immobili, e vidi per la prima volta quel rantolo di convulsioni che aveva tanto impaurito i miei amici…
Si svegliò da solo, con la voglia istintiva di piangere: era come se avesse dato la capocciata e se ne fosse accorto, dimenticandolo al momento del rantolo, per poi tornargli in mente appena sveglio…

Fu una macabra meccanica che mi fece riflettere: lì, a terra, c’ era un corpo che sembrava muoversi come un automa; era come se non avesse anima; la sua anima per quell’attimo era andata via…

L’accompagnarono in bagno e gli bagnarono la testa…
Rimanemmo piuttosto sconvolti di noi stessi: la Nera Signora si era fatta una scappatella dietro quel bar quella sera, e aveva passato le sue mani gelide sulla schiena di tutti i presenti.
Ciò che era successo era tanto ridicolo quanto inquietante; quella sera finì senza che ci scambiassimo molte parole…

…Eravamo alla ricerca continua di qualcosa di strano e trascendentale, e lo cercavamo nei libri, nella musica e anche intorno a noi.

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