Al Festivalbar!

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Per sfuggire alla noia e, soprattutto non essere da meno degli altri, stavamo sempre allerta per feste ed eventi vari che si tenevano in giro, soprattutto se erano gratis. Un’ estate decidemmo di andare “nientedimeno” che alla finale del Festivalbar; era una grossa occasione perché quell’anno si teneva a Piazza Plebiscito, a Napoli, quindi a due passi…
Partimmo con i nostri motorini, li lasciammo a casa di un amico e raggiungemmo a piedi la stazione. A fumo eravamo abbastanza provvisti, Capello l’aveva messo tutto nel fondo del suo pacchetto di sigarette…
Appena trovammo i posti ci sedemmo e nello scompartimento ci accorgemmo di essere soli, così accese una canna e se la tenne per un po’; in un attimo sbucò il controllore dalla porticina e gli ordinò di buttarla, e così non gli rimase che guardare tristemente la canna appena accesa perdersi lungo i binari…

Aveva lasciato un pacchetto di sigarette mezzo accartocciato sul sedile, e io lo presi e lo stritolai del tutto; arrivammo a una stazione, le porte si aprirono, e mentre eravamo lì a guardare le persone che salivano, mi venne istintivo buttarlo via: si fermò lì, a due passi da noi; sembrava quasi che quell’ammasso di carta mi guardasse; fu allora che mi venne un tremendo dubbio: quello era il pacchetto dentro il quale Capello aveva messo il fumo?… Il dubbio scomparve alle prime imprecazioni contro “quello stronzo che aveva lo aveva buttato dal finestrino!”. Capello iniziò a dare di matto e ad incazzarsi con tutti; me ne stetti zitto zitto tutto il tempo, guardando sotto i sedili, fuori dallo scompartimento, assumendo espressioni del tipo “…ma…, chissà…”, però dentro di me sapevo quanto ero stato stronzo: alla fermata precedente c’era un pacchetto per terra calpestato da Mister Sconosciuto, e io invece ero lì in quello scompartimento a improvvisarmi attore…
Per farla breve, Capello non seppe mai chi era stato…

Comunque, arrivammo a Napoli; la stazione era molto affollata, come al solito, e ci avviammo a piedi fino alla piazza, attraversando la città: Napoli poi, è bellissima…
Erano le tre del pomeriggio; ci infilammo tra la folla e iniziammo ad andare in paranoia per la mancanza di fumo, allora decidemmo di uscire per un momento dal chiasso e chiedere a qualcuno se avesse qualcosa. Usciti dal trambusto ci guardammo un po’ in giro alla ricerca di qualche scena familiare, e notammo che quello era il paradiso dei fumatori! Per circa un chilometro non c’era altro che gente seduta sui marciapiedi a fumare, per non parlare delle vere e proprie “voragini” che si aprivano ogni tanto nella folla, in cui potevi ammirare venti/trenta tipi tutti sballati, distesi nel mondo dei sogni. Pensammo che ci fosse solo l’imbarazzo della scelta…e invece no: qualunque fumatore incontrassimo ci dava sempre la stessa risposta negativa; quello che avevano era solo per loro. Era una tortura stare lì a guardare, chiedere, sentire l’odore e non poter assaggiare!
Arrivammo a un giardinetto e ci sedemmo a fare merenda al sacco. Eravamo tutti sconfortati, soprattutto per il fatto che qualcuno (…) aveva buttato la nostra scorta di fumo dal treno, allora presi in mano la situazione e con Grammo ci incamminammo “alla ricerca della pietra verde” mentre gli altri rimasero lì ad aspettare. Chiesi fumo senza pudore a una decina di persone lungo la strada, ma niente. Avevamo perso ogni speranza, quando dopo aver percorso una notevole distanza, incontrammo due tipi seduti alla base di un monumento. Stavano rollando, e gli chiesi se avessero fumo; uno dei due tirò fuori delle stecche normalmente vendute a diecimila lire, ma ce ne chiese venti; Aveva subito capito la nostra situazione “di emergenza”, e come ogni figlio di buona donna che si rispetti, ne aveva approfittato. Decisi di prenderne solo una, anche se Grammo me la menava per prenderne due. Ritornammo soddisfatti dai ragazzi. Gli feci vedere subito, fiero, l’acquisto; imboscati si passarono la stecca tra le mani e se la rimirarono, ma quando vennero a sapere che ne avevo comprato solo una mi presero quasi tutti a calci in culo! Gli spiegai che l’avevo fatto perché quel tipo ci voleva prendere per i fondelli, ma loro, insoddisfatti, restarono lì a pensare per qualche minuto, poi proposero di ritornare da quei due. Così partimmo e rifacemmo tutto il percorso, ma quando arrivammo i due tipi non c’erano più. Ci guardammo intorno e non trovammo niente di niente. Ci incamminammo un po’ alla rinfusa e adocchiammo dei ragazzi dall’aspetto non molto invitante che parlavano seduti su una panchina un po’ in disparte; pensammo che forse potevano fare al caso nostro, e andammo da loro. Gli chiesi se avevano fumo: quello che stava seduto sulla Vespa si dimostrò subito disponibile e flippò la testa di Grammo con così tante cazzate che l’aveva addirittura convinto a dargli i soldi…che poi lui sarebbe andato e sarebbe tornato, e i suoi amici sarebbero rimasti con noi come pegno della sua promessa di non prenderci per il culo. Io e Capello annusammo subito l’inculata che ci attendeva: se andava tutto bene ce ne saremmo andati di là con le tasche vuote, e nel caso in cui avessimo osato dire qualcosa agli amici del tipo, ci saremmo trovati in un programma di calci in culo tutto in bianco e nero. Allora li ringraziai e gli dissi che non era il caso o cazzate di lì, e cercai di tirarmi dietro Grammo, ma loro insisterono, e iniziarono ad accusarmi di mancargli di rispetto o cose così…
Fortunatamente, in qualche modo riuscimmo a tirarci fuori da quella brutta situazione, con i nostri soldi in tasca e le chiappe integre. Ritornammo nel giardinetto e ci organizzammo con il fumo che avevo comprato prima. Iniziai a sentire un tamburo che rimbombava: Giù in strada, c’erano dei ragazzi che suonavano i bongos, ed ebbi la visione, guardando le piante esotiche che ornavano il viale, di stare su un’ isola, una splendida isola deserta, dimenticata da quella folla di trecentocinquantamila persone che si era riversata nelle strade. In quel cantuccio mi sdraiai e guardai il cielo, e in quel momento mi sentii l’uomo più fortunato del mondo…era bellissimo respirare quell’aria elettrizzante da concerto con quelle centinaia di persone che ci passavano intorno vestite in tutti i modi possibili; eravamo lì, distesi nel verde, in quella festa di colori. Stavamo lì dalle tre, ma si fecero le sette e trenta che neanche ce ne accorgemmo. A quel punto Capello disse che dovevamo andare sotto al palco perchè il Festivalbar stava per iniziare, e si alzò barcollando e sorridendo come un rimbecillito: inizialmente lo mandammo affanculo e gli rispondemmo che non ci saremmo mossi, presi come eravamo dalla nostra “beatitudine”, ma dopo un pò decidemmo di alzarci e  andare nel vivo della festa; in fondo eravamo arrivati fino a lì e non avremmo mandato tutto a puttane. Ci muovemmo come il vento, in mezzo alla folla, così concentrati nel camminare, strusciarci tra le persone e stare attenti a non calpestare qualcuno, che arrivammo quasi senza accorgercene, al centro della piazza. A vedere tutto quello spettacolo di luci e musica ci si illuminavano gli occhi come quando metti una caramella davanti a un bambino!
Ma quando vai a questo genere di manifestazioni ti accorgi dei sacchi di stronzate che ti ammollano nella testa con la televisione: mi ricordo che dicevano di applaudire dopo il jingle se no l’applauso non sarebbe stato registrato; poi riprovavano le loro gag tre o quattro volte prima di partire con la trasmissione; era tutto come un grosso film girato da attori idioti. Fanno queste cose gratis perché gli serve la gente che si mette lì impalata a guardare e a fare le cazzate che gli dicono, in modo da riempire i loro bei televisori e mostrare a chi li guarda da casa che lì ci si diverte un sacco; e ti mettono la figona di  turno o il classico bonazzo per fartela bere meglio. Mi piacerebbe vedere le loro facce se un giorno tutti disertassero queste manifestazioni truccate; mi godrei da un angolino il loro imbarazzo, e le telecamere che girano sempre sullo stesso gruppo di quindici fessi pagati appositamente…perché lo spettacolo non era quel grosso registratore abbagliante, ma la gente che stava lì : grammo mi alzò sulle sue spalle, e per un attimo vidi migliaia di teste che si muovevano come un mare, accendini che si illuminavano, fumi che si alzavano, e l’eterno ondeggiare che sembrava programmato dalla più incredibile macchina del mondo. Fu davvero uno spettacolo incredibile…

Non restammo fino alla fine, perché avevamo il treno che partiva prima.
A fatica riuscimmo a uscire da quelle migliaia di mani e braccia che avevamo intorno senza rendercene conto. Dopo un’ultima occhiata a quello spettacolo ci avviammo.
Lungo la strada per la stazione trovammo due ragazzi che vagavano impauriti: si attaccarono a noi nel momento stesso in cui capirono che eravamo concittadini. Erano ossessionati dall’essere pestati da qualcuno e dicevano che se stavamo in gruppo nessuno ci avrebbe fatto niente. Allora rividi questi bulli di cartone che, prima, nella loro volgarissima città provinciale fanno tanto i duri, che odiano i forestieri e via discorrendo, e poi fuori dalla loro calda casetta si cagano sotto della loro stessa ombra…
Vennero con noi fino alla stazione, poi, come ci aspettavamo, appena si sentirono col culo al sicuro si dileguarono.

…ma ci attendevano altri disguidi: un treno era già partito, e per l’occasione straordinaria era stato messo a disposizione un espresso che faceva lo stesso giro di fermate, con un piccolo particolare:
Era PIENO ZEPPO di gente che non potevi fiatare! L’unico modo per entrare era il finestrino: LETTERALMENTE.
Capello perse le sue deliziose scarpine (che solo dopo rivelarono il loro tremendo potenziale…) nel tentativo di arrampicarsi per entrare, e dopo tanta fatica fatta, dovette scendere a riprenderle. Io e Grammo fummo “fortunati” invece: trovammo posto su un PORTAVALIGE, in un vagone dove c’erano certi tipi che fumavano come bestie. Restammo in quella posizione da contorsionisti per un’ oretta circa, e Grammo nel frattempo aveva quasi appiccato il fuoco alla testa di uno che stava seduto sotto di noi con una cicca di sigaretta… poi finalmente alla prima stazione scesero e il vagone si liberò tutto per noi. Saltammo giù dal portavalige come ghepardi, e chi stava fuori piombò dentro come un fulmine. Allargammo tutti i sedili e ci sdraiammo, alcuni in senso opposto, per riposarci da una giornata infinita, guardando la notte scura che si muoveva come una dea nera attraverso il finestrino, su posti che non conoscevamo…

Peccato che a interrompere quella visione idilliaca arrivò un tanfo tremendo che sapeva di formaggio torturato: erano le deliziose scarpine di Capello, che stava scrostando la pittura da un intero vagone…
Nulla comunque poté guastare quella giornata, che passò veloce come il vento.

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