La festa allo chalet

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Nei week end cercavamo sempre di riunirci per fare una festa.
Una volta ci ritrovammo nello chalet di un nostro amico benestante che abitava in città. Per arrivare in quel posto avevamo percorso una strada che era buia da far venire il panico: luci zero e case molto distanti; solo lo chalet era ben visibile, e soprattutto ben illuminato. Avevamo organizzato una colletta, ognuno aveva messo la sua piccola quota e avevamo comprato salsicce, maionese e roba varia da mangiare. C’eravamo tutti quanti quella sera, e chi non era arrivato alle otto e mezza, l’orario in cui avevamo appuntamento, ci raggiunse più tardi.
Eravamo tutti riuniti intorno al fuoco; c’ erano le ragazze, e c’era Balto, amico mio dai tempi dell’asilo, che cercava di rimorchiare a tutta forza e se ne stava in disparte a flirtare. Noi li guardavamo da lontano perché avevamo altro in mente…sempre i soliti…
Grammo era in bagno a rollare la canna, e noi fuori a cazzeggiare e a perdere tempo in attesa dell’imboscato. Qualcuno ci tirò delle paranoie, perché fumare in gruppo, in realtà, era diventato un rito riservato a pochi “eletti”, perché la maggior parte dei ragazzi aveva paura dei genitori e tentava sempre di pararsi il culo anche se poi il tiro di nascosto dagli altri lo venivano a chiedere tutti… Però avevano ragione, e noi lo sapevamo, perciò quando fumavamo ci allontanavamo dalla comitiva, il che era diventato a sua volta un gesto tanto rituale che era come gridare ad alta voce “andiamo a farci una canna “ . Così gli sguardi di disapprovazione e i falsi perbenisti si sprecavano tra di noi e – penso – fu l’inizio della rottura inevitabile del gruppo; so di per certo però, che quello che facevamo noi, volevano farlo tutti quanti, solo dovevano stare attenti a proteggersi da occhi indiscreti, quindi additavano noi, e a noi ce ne sbatteva una sega…
Ci appartammo un centinaio di metri più avanti, parcheggiammo i motorini in maniera che non fossero visibili, e ci inoltrammo tra le siepi. Grammo arrivò presto; aveva avuto qualche contrattempo nel bagno, ma niente di preoccupante; così almeno credevo. Eravamo tutti intenti a punire quella canna quando sentimmo un rumore dalla strada: era Smilzo, venuto a fumare anche lui, ovviamente a scrocco. Tutti intenti a fumare, consumatori abituali e non, quella sera, una bella canna di erba carica e scoppiettante da far paura, che a grandi boccate calde ci riempiva i polmoni. Ci sedemmo su un vecchio tronco, e mentre consumavamo cominciammo a parlare dell’Olanda,  di Amsterdam… farneticammo per circa un quarto d’ora, poi ci avviammo allo chalet in attesa della botta, già belli euforici…
Mentre camminavamo con i boschi neri che ci facevano da sfondo, Smilzo disse che qualcuno che stava alla festa si era incazzato che noi eravamo andati via: solita storia, ma… fatto neanche mezzo metro chi vedemmo arrivare? Leo, l’ incazzato, che ci menò la paternale: ci disse che non dovevamo fare quelle cose quando eravamo insieme, che dovevamo aver rispetto per la casa del nostro amico, e soprattutto, che… quel coglione di Grammo aveva lasciato un metro di tabacco sotto la tazza del cesso, ed era toccato al nostro amico pulire tutto perché semmai l’avesse trovato il padre, la mirabolante festa gliela avrebbe fatta salire appunto per di là…
Ci fece una testa quanto una cisterna rincoglionita; ci flippò di brutto con quelle sue occhiate e quei suoi discorsi, e il bello era che l’erbetta medica iniziava a fare effetto… camminavamo tutti con gli occhi bassi mentre lui parlava, la gola era secca da panico e le orecchie a ogni sua parola sembravano scoppiare; fortunatamente ce la menò per poco ancora, così potemmo uscire per un attimo da quella paranoia che stava diventando cronica. Non sapevamo se tornare alla festa o meno, ma avevamo anche messo i soldi per la roba da mangiare, quindi ritornammo.
Appena mettemmo piede nel cortile della casa, panico assoluto: paranoia totale. Quell’erba era una bomba!
…in parte era l’erba, in parte erano gli occhi di tutti che ci guardavano come se arrivassero dei marziani cattivi…disastro totale… quella sera per me era andata completamente a puttane, e il bello era che doveva ancora cominciare!
Vagammo per la casa, parlottammo e ci mettemmo in un cantuccio tutti soli, lontani da occhi paranoici; ci spostammo poi nel giardino, sempre in una zona discreta, tipo un’altalena senza altalena. La sorte più “tremenda” toccò a Grammo che dovette andare dentro, chiamato a dare spiegazioni, e – udite-udite –  gli dissero di lasciarci perdere perché eravamo completamente suonati!!! Lui!…
La cosa ci fece girare le palle in maniera abbastanza vorticosa, e credo proprio che in quel preciso momento, alla mia idea di gruppo detti una bella riordinata.
Ci chiamarono per mangiare, ma quando ci sedemmo al tavolino il nostro sangue era verde d’erba, per lo meno il mio. Infatti gli altri mangiarono tranquillamente, ridendo e dimenticandosi tutta quella faccenda, invece a me la paranoia mi aveva preso di brutto, l’arrabbiatura era stata sopraffatta da uno stato di totale apatia: schiena piegata, occhi rossi, il solo odore del cibo mi nauseava, ma loro insistevano,  volevano che mangiassi almeno un panino…
Diedi due morsi a quell’involucro infinito che in bocca diventava tutt’ un pezzo con la lingua…riuscire a masticare era un’ impresa da funamboli; Smilzo invece aveva molta fame, al contrario di me, e mi chiese se poteva finire il mio panino: glielo diedi senza problemi, e abbastanza azzardatamene riuscii ad alzarmi dal tavolo e a dirigermi verso la brace. Avevo brividi di freddo in tutto il corpo, e mi misi di fronte a quell’ ondata di caldo che addirittura non sentivo… rimasi lì per cinque minuti buoni quando un bollore sul volto bianco mi risveglio all’improvviso: stavo per prendere fuoco! Respirai un paio di boccate di aria calda e mi allontanai. Poco dopo, la botta iniziò a passare; finalmente percepivo più normalmente le cose, ma a questo si accompagnò una fame da panico: adesso mi sarei mangiato un panino di quattro metri! Allora pensai a tutto quel ben di Dio che avevo visto fino a pochi istanti prima su quel tavolino, lì, proprio a due passi da me; quindi mi voltai felice per rifocillarmi e mi mossi veloce nella mia lentezza. Era un campo di battaglia quello che stava davanti ai miei occhi…un vero, fottutissimo campo di battaglia: bicchieri di carta rovesciati, maionese sulla tovaglia, indefiniti resti di panino…e Smilzo che mi guardava lì seduto, bello sazio e rincoglionito… mi dissi un bel vaffanculo dentro, e mi sedetti. Restammo lì ancora un pò.

Quella sera non era stata il top per diversi motivi, e del resto ci sentivamo degli ospiti indesiderati, in particolare io e Capello. Più tardi vennero al tavolo per offrirci una piccola fetta di torta, e la gradimmo, poi presero ad andare via tutti, uno dopo l’altro. Noi due non aspettammo che ce lo dicessero: montammo sulla sua Vespa e via, nella strada oscura a dividerci quella dose di paranoia che ci eravamo iniettati per tutta la sera. Parlammo di un sacco di cose, e arrivammo alla conclusione che era meglio fumare in un posto tranquillo, senza stronzi che ti girano intorno…
Quella sera, quando arrivai a casa, mi feci un gran bel panino con la salsiccia, alla faccia di tutti.

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