La casa dei fantasmi

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C’era una casa, fuori paese, sulle colline dirimpetto, che si diceva fosse popolata da spettri.
Una sera ci riunimmo e decidemmo di andarla a visitare. Prima discutemmo a lungo sulle strane leggende che vi aleggiavano intorno, tipo la storia di un ragazzo che aveva scommesso dei soldi con un tipo: la scommessa consisteva molto semplicemente nel salire per tre volte le scale fino all’ultimo piano; si dice che riuscì a farlo per due volte; alla terza tornò indietro sbiancato, pronunciando parole sconnesse, insistendo sul fatto che arrivato al terzo piano le scale avevano iniziato a tremare, e che, sempre allo stesso piano, mentre cercava lentamente di scendere, aveva udito strane voci provenienti dagli andri delle stanze buie…oppure un’altra storia narrava del fatto che mentre stavano facendo i lavori di costruzione, avevano iniziato a volare oggetti e un muratore era caduto dall’impalcatura lasciandoci le penne. Sorte analoga era toccata al sacerdote che era stato invitato per benedirla… Insomma, ce n’ era per un film dell’ orrore, e anche se non credevamo granché a quelle cazzate, si diffondeva uno strano silenzio ambiguo quando qualcuno finiva di raccontare quelle storie strane.
Allora una sera, ragazzi e ragazze ci unimmo in un folto gruppo, e a cavallo dei nostri indomiti motorini partimmo dal bar come centauri senza paura alla volta della casa dei fantasmi, io a bordo del mio scooter guidato da Capello. Ci avvicinammo rapidamente alla strada che portava in città superandoci e facendo piccoli duelli, poi ad un certo punto rallentammo e accostammo: si vedeva la casa; era di lato a noi, sulle colline. Da lontano sembrava un palazzo maestoso, però era solitaria e c’erano le ombre degli alberi tutt’intorno che si distinguevano chiaramente nella notte. Superammo velocemente le ultime curve per immetterci nel traffico canalizzato della città. Ci muovemmo guizzando tra le macchine e tra i fumi dei tubi di scarico, e percorremmo tutto il centro cittadino per superarlo ed andare verso le colline che avevamo visto. Più ci avvicinavamo a quel posto e più si raffreddavano gli animi per la strana sensazione che sentivamo addosso…
Dalla strada che percorrevamo si vedeva tutta la città addormentata, mentre noi eravamo lì, vivi e padroni del mondo!
Superammo l’ ospedale, ora andavamo molto più spediti. Percorremmo la provinciale e ci immettemmo in una piccola stradina tutta costeggiata di case, che si inerpicava per una ripida salita. Gli abitanti di quel posto non erano abituati a quel via vai di motorini e ci guardavano con aria sospetta. Eravamo quasi arrivati; la strada cominciò a prendere una forma più orizzontale, allora ci ricompattammo tutti, e con il cuore in gola ci bloccammo davanti a uno strano sentiero pietroso e sconnesso, costeggiato da alberi, che portava esattamente davanti a quella casa.

Le fronde degli alberi non erano curate e scendevano sopra il sentiero coprendo ogni tipo di visuale; eravamo molto vicini, eppure non la vedevamo. Non ricordo chi partì per primo, ma superati i molleggiamenti di buche e pietre, e ogni sorta di roba sparsa lungo la via arrivammo in un piccolo spiazzo; lo spettacolo che ci si mostrava davanti era impressionante. L’aria era umida, aveva piovuto tutto il pomeriggio. Il cielo era nervoso, si sentivano tuoni in lontananza. La casa era lì, davanti a noi; spuntava tra le nuvole ombrose: era alta all’incirca quindici metri, e sembrava davvero uscita da un film dell’ orrore.
Sull’ingresso c’era una targa di marmo con la scritta “QUISISANA” ; non aveva porte nè infissi alle finestre o abbellimenti di alcun genere; era solo piatta, maestosa, e rude, e questo la rendeva ancora più terrificante.
Il Serio si fermò a lato dello spiazzo e spense la moto, mentre io scesi dallo scooter che Capello teneva invece rigorosamente acceso e pronto alla fuga. Ad un certo punto sentii un trambusto e il Chiaro che prese a gridare: “Chi è quello! Chi è quello!” ; all’incirca verso il quarto piano distinguemmo a stento un losco figuro dai capelli lunghi che sventolavano nella notte e cominciammo a udire dei tonfi sordi. All’unisono tutti accesero i motorini e partirono come razzi, il terrore contagiato dava una rapidità nei movimenti incredibile! Ero rimasto solo nello spiazzo, Capello alla guida del mio scooter con una faccia bianca da panico mi passò accanto accelerando all’impazzata…lì per lì non capìi cosa stesse succedendo, ma quando mi voltai alla ricerca dello scooter, rividi Capello impantanato fortunatamente per me, in una pozzanghera, che accelerava furiosamente, senza riuscire a muoversi; fumo e fango si alzavano come una nebbia. Lo raggiunsi correndo in preda al panico, e lo aiutai a tirare fuori lo scooter dalla pozzanghera per filarcela. Devo dire che se non fosse stato per la pozzanghera io starei ancora lì bello e appiedato con il sosia di Brendon Lee… perché quel rottinculo di Capello aveva tutta l’intenzione di svignarsela…
Partimmo anche noi come razzi e raggiungemmo gli altri in un canticino lungo la strada; c’erano due di noi su una Vespa che se l’erano svignata così rapidamente che li raggiungemmo solo una mezz’oretta dopo, lungo la provinciale. Lì, fermi in gruppo, seppi tutta la “verità”, e cioè che il Serio, che si era fermato a lato del piazzale, si era beccato due sassi in fronte; si vedevano nitidamente due grossi bernoccoli!…
Quella sera vinsero le forze del male, e ci ritrovammo tutti a interrogarci lungo la strada su chi avesse visto meglio il tizio del quarto piano; alla fine venne fuori che nessuno aveva visto granché; e poi, a chi sarebbe servito, forse al Serio? Chi sarebbe tornato davanti al “QUISISANA”, come poi chiamammo quel luogo tanto “terribile”?

Parlammo dell’accaduto tutta la mattina seguente, e anche il pomeriggio. Come risultato ottenemmo che la sera stessa si aggiunsero altri membri alla nostra ostinata spedizione. Il Serio però non venne…
Per darci coraggio ci pompammo per bene tutti quanti con alcool e fumo, e ci procurammo una grossa torcia.
Serpeggiammo velocemente curva dopo curva per la strada che c’era da fare, e belli e dondolanti arrivammo davanti a quel luogo per scontrarci contro il nulla.
Stavo per appoggiare lo scooter contro un noce, ma mi venne in mente una strana leggenda di noci infuocati attorno a cui ballavano le streghe… allora ci ripensai e l’appoggiai vicino a un muretto non distante dalla strada. Alfio, che era il più pompato di tutti, entrò direttamente nella casa con il motorino, mettendosi a fare il matto, facendo sgommate e piroette sul cemento polveroso, e ridacchiando così fragorosamente che si udivano gli echi delle risate in tutta la casa e ci giungevano attraverso le finestre; la luce impazzita del motorino girava su sè stessa e illuminava tutto il pian terreno. Io e Capello, dopo esserci accertati che lo scooter non prendesse fuoco – non c’erano leggende sui muretti – raggiungemmo il gruppo, mentre Alfio finalmente usciva. Parlottammo un po’ fuori dalla casa, nella fredda notte, e osservammo il tutto con maggior calma di quanto non avessimo fatto la sera prima. La casa aveva un sacco di finestre, e l’intonaco era scuro e cadeva a pezzi; di fianco c’era un rudere, era molto piccolo, sembrava una specie di deposito; il vento fischiava forte tra le finestre e trapassava l’edificio da parte a parte. La notte incombeva su quello spettacolo imponente e tremendo, solo le luci dei nostri motorini e quelle delle stelle squarciavano quella tremenda oscurità.
Allora ci unimmo tutti e Alfio, che era fuori di brutto, decise di capeggiare il gruppo con la grossa torcia in mano, avanzando a passi incerti. Solo Cory e Miko rimasero fuori, abbracciati, poichè Cory aveva paura di entrare.
Ci incamminammo tra i sassi del cortile per poi calpestare il solido e sporco pavimento di cemento che era tutto cosparso di pietrisco. Appena entrati andammo sulla destra, dalla parte della lunga scalinata che saliva per tutto l’edificio; non c’era ringhiera, ovviamente, così iniziammo a salire tutti insieme compatti con la luce della torcia che, gradita, ci girava intorno. Lo sballo non ci mise molto a passare completamente, e la paura presto ci avvolse tutti. Solo verso il terzo piano ci accorgemmo che le scale erano spaccate e scivolose; dovevamo stare attenti a non cadere nella tromba, ma anche a non camminare vicino al muro, perché c’erano delle ampie finestre ad altezza d’uomo dalle quali potevi fare un volo di parecchi metri. Era effettivamente una situazione di merda, e per di più, ogni tanto quell’imbecille di Alfio si sporgeva, saltando con i gomiti su qualche finestra, per parlare con quelli che erano rimasti di sotto, e ci toccava correre ad acchiapparlo e tirarlo giù…
Uniti e compatti salimmo tutte le rampe di scale della casa, mentre mi sporgevo ogni tanto verso la tromba, rabbrividendo come quando si guarda un pazzo che grida furiosamente. Arrivammo fino al piatto tetto, e proprio superato l’ultimo gradino vidi che c’era un grosso ferro che spuntava dal cemento, in orizzontale: credo che se ci inciampavi era l’ultima cosa che vedevi… lo feci notare agli altri.
Ci trovammo così sul tetto, battuti dal vento e dai nostri pensieri impauriti. Era come essere nella casa in cui da bambino non ti fanno mai entrare…
Non esisteva nessuno spettro in quel posto, o almeno, noi non lo vedemmo quella sera.
Quella casa era semplicemente una casa sola , sola come noi, e lo sentivamo tutti:

“Siamo sul tetto della casa degli spettri,
come dei cavalieri infiniti illuminati dalle stelle,
che guardano il vento.
Sono libero da qui all’eternità,
posso sentire le vibrazioni del mondo,
il vento ci accarezza il viso e ci porta le voci di un’intera città
che si mostra da quassù ai nostri occhi.
Uomini grassi che si ritirano nel chiuso dei loro appartamenti,
bambini soli in angoli incerti di città che prendono a calci un pallone,
meccanici luridi, luci di macchine notturne che si muovono misteriose,
donne che si sbattono per piacere o per amore…
Qui siamo sul tetto del mondo,
di una casa di spettri,
ma i veri spettri siamo noi”

Ci godemmo per un po’ il panorama che si vedeva da lassù, poi scesi stando attento a non scivolare per non fare una brutta fine, mentre qualcuno rimase ancora un pò. Durante il ritorno, riuscii a scorgere alcune cose che precedentemente mi erano sfuggite: una bottiglia con un liquido rosso, per esempio; qualcuno azzardò a dire che era sangue…poi c’era anche uno scheletro di cane, o quello che almeno pensavo che fosse…
Fu la volta di Miko, che salì in compagnìa del Chiaro; verso gli ultimi piani trovarono delle strane scritte con lo spray: almeno adesso sapevamo che non eravamo gli unici ad essere entrati in quel posto… dimenticavo: trovammo anche delle siringhe usate, e tornammo con la mente a quel grandissimo stronzo di tossico soprannaturale che la sera prima ci aveva preso a sassate…
Facemmo un ultimo giro intorno alla casa, tra mucchi di immondizia e noci centenari che circondavano quel posto; guardammo e riguardammo, poi salimmo sui motorini e ce ne ritornammo al paese, tra lo scoppiettio delle marmitte e delle nostre risate…

Quella giornata finì così, senza apparizioni magiche.
Ritornammo diverse volte in quel posto, a volte anche solo in due; eravamo diventati ormai delle facce familiari per gli abitanti della zona.
Era bello osservare il cielo da quelle finestre di cemento, in quelle grosse stanze vuote che anche di giorno esercitavano un certo fascino oscuro.
Era più o meno come ci sentivamo dentro.
Forse in quel posto si radunavano i satanisti, ma a noi non fregava di loro: Il nostro inferno era ancora peggio.

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