Sto diventando grande,
facendo passi da adulto.
Quanto male alle gambe,
quanto dolore lì, dietro alle spalle.
Ho sentito crescere e morire
la mia pelle
di cristallo e diventare
polvere nera,
eppure non si arrende
la virtù
che rende la poesia
lieta.
Dall’alto
di una montagna
guardo il mio passato.
Sono sopra
alle nuvole,
quelle nere.
Potevo ammirarle
con parole vere.
Non dimenticherò
mai le mie nuvole.
Non dimenticherò
mai le mie montagne.
Il blu delle
stelle
sanguinerà
in mondi diversi,
ma solo per
farsi capire.
È tutto fermo,
le macchine si
sono bloccate.
E’ il silenzio,
si sentono le urla del
responsabile della catena
di montaggio,
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Le risa intorno
mi sfuggono,
come templi dedicati al niente.
Sono qui ad ascoltare
l’umanità gemente.
Sono qui nelle viscere del mondo,
estraneo e straniero,
a guardare senza un odore
che mi faccia ricordare.
Ora sono qui,
chiesa sconsacrata,
a maledire le mie virtù
di vita sventurata.
Sopra l’Universo
è il balcone
di casa mia,
è da qui che ricamo
versi sulle foglie
degli alberi,
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Bizzarre
donne
esistono lì nell’ oscuro,
donne forti,
che per uomini
senza sogni sono il futuro.
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Vedo immagini
sdoppiate davanti
agli occhi,
come luride insegne
al neon.
Un fiore
lì a fianco,
dall’asfalto
mi grida
da paura,
nelle orecchie,
che esiste il mondo.
I marciapiedi,
lunghe strisce
di niente,
ci spìano
nel nostro
movimento.
Tu, pezzo di cemento,
guardi il mio lamento.
Tu, pezzo di cemento,
sei immobile
nel tuo spiare contento.
Mentre camminavo,
una cartaccia camminava
come sui vecchi marciapiedi
di vecchie ossessioni.
Mentre
camminavo, solo
una cartaccia,
sguardo
severo,
mi teneva
compagnia.


