C’era una casa, fuori paese, sulle colline dirimpetto, che si diceva fosse popolata da spettri.
Una sera ci riunimmo e decidemmo di andarla a visitare. Prima discutemmo a lungo sulle strane leggende che vi aleggiavano intorno, tipo la storia di un ragazzo che aveva scommesso dei soldi con un tipo: la scommessa consisteva molto semplicemente nel salire per tre volte le scale fino all’ultimo piano; si dice che riuscì a farlo per due volte; alla terza tornò indietro sbiancato, pronunciando parole sconnesse, insistendo sul fatto che arrivato al terzo piano le scale avevano iniziato a tremare, e che, sempre allo stesso piano, mentre cercava lentamente di scendere, aveva udito strane voci provenienti dagli andri delle stanze buie…oppure un’altra storia narrava del fatto che mentre stavano facendo i lavori di costruzione, avevano iniziato a volare oggetti e un muratore era caduto dall’impalcatura lasciandoci le penne. Sorte analoga era toccata al sacerdote che era stato invitato per benedirla… Insomma, ce n’ era per un film dell’ orrore, e anche se non credevamo granché a quelle cazzate, si diffondeva uno strano silenzio ambiguo quando qualcuno finiva di raccontare quelle storie strane.
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A quei tempi eravamo tutti amici: un legame che radicava nel profondo, e ci rendeva un gruppo inseparabile nel bene e nel male; a scuola…in paese…durante le feste…eravamo sempre uniti; poi, col crescere, la solita solfa: ognuno prende la sua strada, e restano insieme solo gli irriducibili…
Mi ricordo che un Ferragosto decidemmo di andare a fare una scampagnata in una vecchia casa di proprietà della famiglia di Alfio, o di qualcuno di loro conoscenza; la sera prima io e Capello eravamo andati in città a rifornirci di fumo in modo che all’indomani mattina fossimo già belli pronti, ed eravamo passati a comprare anche il necessario per la colazione al sacco in un supermercato del paese: panini, birre e cibarie varie; prendemmo anche un tipo di birra “costoso” per l’occasione. Avevamo incontrato Bobo, un grassone che di solito non usciva mai se non per giocare a carte con quelli del bar, e ci aveva chiesto se si poteva unire alla combriccola: “Perché no?!” – avevamo pensato – “A patto che ti porti da mangiare e da bere!”
Così, di mattina presto partimmo come sempre a cavallo dei nostri destrieri d’acciaio, dopo che Grammo ci aveva fatto perdere un sacco di tempo perché non si era svegliato o qualcosa del genere…guizzammo veloci coi nostri zaini pieni di roba sulle spalle, magliette a maniche corte e il vento tra i capelli: era davvero una bella giornata.
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Nei week end cercavamo sempre di riunirci per fare una festa.
Una volta ci ritrovammo nello chalet di un nostro amico benestante che abitava in città. Per arrivare in quel posto avevamo percorso una strada che era buia da far venire il panico: luci zero e case molto distanti; solo lo chalet era ben visibile, e soprattutto ben illuminato. Avevamo organizzato una colletta, ognuno aveva messo la sua piccola quota e avevamo comprato salsicce, maionese e roba varia da mangiare. C’eravamo tutti quanti quella sera, e chi non era arrivato alle otto e mezza, l’orario in cui avevamo appuntamento, ci raggiunse più tardi.
Eravamo tutti riuniti intorno al fuoco; c’ erano le ragazze, e c’era Balto, amico mio dai tempi dell’asilo, che cercava di rimorchiare a tutta forza e se ne stava in disparte a flirtare. Noi li guardavamo da lontano perché avevamo altro in mente…sempre i soliti…
Grammo era in bagno a rollare la canna, e noi fuori a cazzeggiare e a perdere tempo in attesa dell’imboscato. Qualcuno ci tirò delle paranoie, perché fumare in gruppo, in realtà, era diventato un rito riservato a pochi “eletti”, perché la maggior parte dei ragazzi aveva paura dei genitori e tentava sempre di pararsi il culo anche se poi il tiro di nascosto dagli altri lo venivano a chiedere tutti… Continua >>>
Avevamo scelto un parco che stava in un paese vicino: non era molto grande, ma in quella zona tutti sembravano farsi i fatti loro, così le nostre spedizioni partivano a qualsiasi ora del giorno e della notte. Una volta riuscii a rimediare un bel pellerossa, e in quel parco demmo un bel festino per pochi invitati; offrii io quella volta, ma era una cosa che girava: una volta toccava a uno, un’ altra volta toccava ad un ‘altro, sempre senza regole, senza accuse a nessuno. In quel periodo fumavamo abbastanza spesso, ma non eravamo mai stati tanto stronzi fino al punto di menarcela a vicenda; quelli che fumavano a scrocco, quelli sì che ci stavano sulle palle, non perché non partecipassero economicamente, ma perché per la maggiore erano quelli che fumavano, si sconvolgevano, facevano gli amiconi, e poi quando se ne andavano erano capaci di dire qualunque cosa sul nostro conto. A questo non ho mai saputo dare una spiegazione razionale…credo che risieda in un caramelloso subconscio bombardato da rincoglionimenti generali di generazioni e generazioni…
Una sera, come era nostro simpatico programma, demmo un’ altra bella festicciola e ci riunimmo a casa del Buono, un nostro amico; i suoi quella sera non c’erano, perciò potemmo abusare tranquillamente della casa; se solo quella sera il padre fosse stato nei paraggi ci avrebbe preso a calci in culo per il raggio di trenta metri…
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Come ho anticipato in precedenza, chi ha vizietti di vario genere è sempre a tasche vuote; quindi un’estate mi rimboccai le maniche e mi dedicai alla ricerca di un lavoro.
Cercai nei bar, nei ristoranti, ma non avevo molto successo, soprattutto per i miei capelli lunghi; cercai anche da alcuni distributori di benzina, ma niente; allora iniziai a capire che non era solo per i capelli lunghi: l’effige di “sbandato” ce l’avevo addosso, e in un piccolo paese questo rappresentava indubbiamente un problema…
Quando ormai avevo perso ogni fievole speranza, un tipo a cui era arrivata la voce che cercavo lavoro mi contattò. Obelix aveva un piccolo furgoncino, ed era solito girare per sagre e feste paesane a vendere panini e altra roba da mangiare; era un tipo molto grasso (…), per via di tutta quella roba che cucinava e mangiava, e soprattutto, aveva già sulle spalle un infarto. In paese tutti sapevano che la moglie l’aveva lasciato per un tipo più giovane e si era portata via i figli, ma nonostante questo non si era incattivito, anche se aveva il suo bravo curriculum di persona non molto raccomandabile…
Ci demmo appuntamento per il pomeriggio al luogo della sagra che era solo ad un paio di chilometri da casa mia. Arrivati sul posto, per prima cosa caricammo sulla macchina delle grosse travi di ferro da montare assieme per costruire lo scheletro del bancone. Ritornammo poi al deposito dove teneva il furgone, e lo caricammo di tutte le bibite, il barbecue, panini, e ogni cosa che occorreva per la sera della festa. Continua >>>
Quando non hai la possibilità di rimediare fumo inizi a sbatterti in tutti i versi per cercare una soluzione che ti stravolga la visione della realtà che nella tua mente lucida prende sempre più piede. Non so quale istinto criminale o suicida mi spinse, ma presto trovai la soluzione, e la trovai così, per sbaglio, da solo, nel garage di casa: i soldi scarseggiavano, e per potermi spostare decisi di succhiare benzina dal serbatoio della macchina del mio vecchio con un tubo di plastica, per metterla nello scooter; non avevo fatto i conti con la griglietta di protezione che impediva al tubo di gomma di scendere fino al serbatoio, quindi mentre aspiravo a piene boccate mi gonfiavo testa e polmoni di quel nauseante gas senza cavarne un ragno dal buco, finchè non ebbi la prima esperienza di ebbrezza da benzina.
Tolsi allora la bocca dal tubo e mi lasciai andare sconcertato in quel vorticare della mia testa, e sentendo che l’effetto andava via via scomparendo istintivamente riappoggiai le labbra e aspirai, stavolta più profondamente, con più continuità…lasciai il tubo e mi sedetti barcollante vicino alla macchina…
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A prendere il fumo andavamo sempre io e Capello perchè gli altri non se la sentivano di rischiare. Addirittura ci prestavano anche i motorini per andare a prenderlo, ma tra un “forse“, un “non so“, e un “va bene“, a fare il lavoro sporco eravamo sempre e solo noi. Si parlava, si comprava, e si fumava, e poi la sera, finite le avventure, chimiche o reali che fossero, ci ritrovavamo nel chiuso delle nostre case, dove la vera magia aveva inizio: avevamo preso il vizio di fare le nostre brave scorte per la lunga serata che ci attendeva. Si fumava in gruppo, e poi con la carica per la notte rientravamo tutti belli contenti: si doveva assolutamente avere un sogno da fumare, perché se no la notte non era notte; se no ti raggiungeva la noia, la routine, o meglio, l’ odiata lucidità, che non è mai l’obiettivo di chi fuma…
Arrivavo dal paese in motorino, a volte ancora annebbiato dallo sballo precedente, e la casa mi appariva come un sogno: aprivo il cancello, e il gioco aveva inizio. Lì, in casa, ero solo; solo, nel mio mondo di illusione.
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