Introduzione

marzo 29th, 2009 § 0 comments § permalink

Alla fine dei sogni è il titolo provvisorio di una serie di racconti che Graziano aveva cominciato a scrivere con l’intento di pubblicare un diario autobiografico, che aveva già sottoposto ad alcuni editori per una valutazione.
Il diario, ispirato dall’opera omologa The basketball diaries, di Jim Carroll, comincia idealmente durante il viaggio verso Padova, momento che sancisce un cambiamento profondo nella Sua vita, e si snoda in una serie di racconti resi con dovizia di particolari, sulla sua turbolenta giovinezza, trascorsa tra flirt ed esperienze forti, talvolta estreme, spesso sul filo del rasoio, che hanno come sfondo la cornice decadente e bigotta della provincia perbenista, dove i genitori, distratti ed illusi, sono abituati a pensare che i figli degeneri siano sempre quelli degli altri.
Graziano se n’è andato prima di poter portare a compimento la sua opera e vedere il suo progetto realizzato.
Nonostante l’incompletezza, quello che si può leggere è un sunto godibile, uno spaccato di vita scritto con uno stile scorrevole e incisivo, influenzato dalle letture beat, che analizza con sorprendente consapevolezza e lucidità gli errori commessi alla luce del “senno di poi”, e condanna senza appello e con crudezza di linguaggio, proprio quel microcosmo sociale dominato da figure perdenti e inerti, afflitto dalla depressione economica e dalla mancanza di futuro dal quale con tanta sofferenza si era allontanato per ricominciare.

Ho meditato a lungo sull’opportunità di pubblicare questi scritti, poichè essi racchiudono una parte molto intima e personale della vita di mio fratello, ma nel farlo credo di aver interpretato correttamente la Sua Volontà; Graziano era convinto che la sua vita meritasse di essere raccontata così com’è stata vissuta e per quello che ha rappresentato, per sè stesso, e per chi lo ha amato.

Per evitare speculazioni e implicazioni di qualsiasi genere, ho editato nella misura necessaria a rendere anonimi i luoghi e le persone di cui si parla.

Padova

marzo 28th, 2009 § 0 comments § permalink

Sono a Padova oramai da quindici giorni.
Mi ci sono trasferito con mia madre, raggiungendo mio padre che già lavorava qua. Ho fatto un viaggio così squallido che solo a pensarci mi si ghiacciano le palle…
Siamo venuti con un furgone, e in pieno inverno ci siamo fatti circa 800 chilometri con il riscaldamento guasto. Tre coperte addosso non bastavano a tener lontano il freddo! Ho cercato di dormire, e per un po’ ci sono riuscito; ho dormito fino a che quel coglione dell’autista non si è distratto e ha sbandato paurosamente. Mi è venuto da pensare ad un sacco di cose…Ho visto un sacco di macchine che andavano su e giù per quell’autostrada infinita; ho visto volti di persone, chiuse nelle loro automobili, con la loro famigliola, che andavano dritte e libere in posti a me ignoti… e poi mi è venuta in mente la storia di una strada, fatta di circuiti e tradizioni, e ho visto un paese lontano in fiamme, perdersi inabissato, tra le strisce bianche che costeggiano la strada…
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La prima canna

marzo 27th, 2009 § 0 comments § permalink

La mia prima canna fu un’ esperienza che non potrò mai dimenticare.
Eravamo io, il Biondo e il Moro: stavo solo nella piazzetta a cazzeggiare e li vidi arrivare; mi fecero un cenno; all’inizio credevo si trattasse di fare altro, ma una volta raggiunti capii subito di che cosa si trattava.
Li seguii eccitatissimo; avevo sempre sognato quel momento, cosicché insieme ci avviammo per una strada poco trafficata dietro le scuole medie. Il Moro mi disse di tagliare la cartina; gli risposi che era scuro e che non vedevo bene, allora il Biondo, insospettito mi chiese se era la mia prima canna: gli raccontai un sacco di balle su i miei amici fumatori immaginari, compagni di classe che abitavano in città, e lui sembrò berle tutte, allora diede la cartina al Moro e giela fece tagliare sottolineando il fatto che il fumo era “da sballo” e che se non avevo mai fumato era meglio dirglielo.

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Ricordi di scuola

marzo 26th, 2009 § 0 comments § permalink

Ho vissuto le scuole superiori come l’ingresso in un mondo più grande di me.
Dei miei ex compagni delle medie non avevo ritrovato nessuno, e per questo stetti male tutto il primo giorno di scuola, ma poi con il tempo mi passò…
E passò pure il biennio, con dei compagni di scuola che per la maggiore si rivelarono quali emeriti stronzi: erano dei bulli di città, e mi etichettavano continuamente come “cafone di paese” e cazzate così; facevano gli stronzi con tutti scroccando soldi per le merende, o per le sigarette, eppure sembrava quasi che li ammirassero in classe, probabilmente più per il timore che per il resto; erano dei fissati per la squadra di calcio locale e per gli inni fascisti da rincoglionito che non capisce un cazzo. A volte fingevano di esserti amico solo per pigliarti per il culo, un comportamento che mi è rimasto talmente in odio che qualunque persona poi abbia incontrato che mi avesse fatto cazzate così l’ho maledetta.
La maggior parte di quei tipi crescendo non è finita bene…

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La villa comunale

marzo 25th, 2009 § 0 comments § permalink

La “villa” è sempre stato un posto riservato a fumatori, tossici e spacciatori. Era poco distante dal locale dove ci trovavamo.
In qualunque città vai, i giardini sono luogo di smercio ideale.
Andavamo a cercare qualcuno che avesse da venderci diecimila lire di fumo, giusto quello che ci permettevano le nostre possibilità; non avevamo soldi. Quando hai vizi come questo non hai mai soldi in tasca, a meno che non te la passi davvero bene, ma anche allora prima o poi finiscono.
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Il Paese

marzo 24th, 2009 § 0 comments § permalink

Il paese dove stavo era decisamente un posto di merda. Una volta scrissi su un muro “QUESTO PAESE E’ IL VOMITO DI DIO”, ed il bello era che quel muro stava proprio in piazza, di fronte ad una scala di marmo da cui passavano tutte le persone ammodo che magari andavano ad un comizio che si teneva da quelle parti, o che so io. Era davvero divertente vedere le espressioni incredule di quei falsi perbenisti quando vedevano quella scritta nera sul muro! Dopo qualche tempo venne fuori che ero stato io, e me la menarono dicendomi che se non stavo bene lì me ne potevo andare, chiedendomi continuamente perché l’avessi fatto, e bla bla bla…anche se c’era qualcuno che in fondo in fondo, era d’accordo con me.
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Il primo bacio

marzo 23rd, 2009 § 0 comments § permalink

Fortunatamente a volte in quel paese capitava anche qualcosa che non comportasse fumare o bere, qualcosa di bello: Le ragazze.
La prima ragazza con cui sono stato fu un disastro completo, tipo piloti che si schiantano contro i grattaceli senza benzina di ritorno…
Era Domenica mattina, e stavo camminando per le strade del paese col Biondo; lo stavo accompagnando dalla sua ragazza, Ambra, che era andata in chiesa. La incontrammo a metà strada, ed era in compagnia di un’amica; il Biondo mi disse di provarci, ed io pensai: “Perché no!?? Dovrò pur iniziare da qualche parte!…”, quindi ci scambiammo qualche occhiatina; non era poi tutto questo granchè… non che io fossi un fusto, per carità…Fatto sta, che dopo qualche chiacchiera e qualche convenevole, l’appuntamento per il pomeriggio era combinato!
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Il mio migliore amico

marzo 22nd, 2009 § 0 comments § permalink

Ritornai al bar più rincoglionito di prima su come fossero le donne. A casa ero stato tra i rimorsi un’intera nottata.
Ero avvolto nella paranoia più nera, tra sogni di carne e profumi nauseanti; intorno a me tutto sembrava sgonfiato, come se avesse perso di volume. Stavo nella mia stanza e il televisore mi proiettava immagini opache e intraducibili.
In bar con gli amici, scoprii la medicina per non pensare: canne, canne a volontà, e la nera paranoia diventava doppia, ma più accettabile. Che cosa me ne fregava, in fondo, di loro? Io avevo i miei sogni illusori, che sostituivano ogni cosa senza problemi…

Di tutta la comitiva dei “fumatori”, con uno stavo sempre insieme: era Capello. Chiacchieravamo molto: si parlava di scuola, musica, motorini, e stavamo lì a fantasticare per ore. Ci mettevamo spesso dietro al bar, dove c’era uno spiazzo coperto, e ci sedevamo su delle sedie mezze sgangherate; se non eravamo già fumati si vedeva di farla lì una bella canna, di nascosto dagli altri, ma soprattutto, di nascosto dal barista. Ci mettevamo mezzi sdraiati su quelle sedie e ci raccontavamo un sacco di cose. Ci guardavamo intorno, e lo schifo di quelle sedie ammassate e giornali ammucchiati sembrava brillare, la quercia che stava ritta davanti a noi era la scala per il cielo…noi stavamo lì seduti, e tutto ciò che avevamo intorno era come un palazzo di pensieri e di emozioni, e a noi toccava costruirlo…
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Al Festivalbar!

marzo 21st, 2009 § 0 comments § permalink

Per sfuggire alla noia e, soprattutto non essere da meno degli altri, stavamo sempre allerta per feste ed eventi vari che si tenevano in giro, soprattutto se erano gratis. Un’ estate decidemmo di andare “nientedimeno” che alla finale del Festivalbar; era una grossa occasione perché quell’anno si teneva a Piazza Plebiscito, a Napoli, quindi a due passi…
Partimmo con i nostri motorini, li lasciammo a casa di un amico e raggiungemmo a piedi la stazione. A fumo eravamo abbastanza provvisti, Capello l’aveva messo tutto nel fondo del suo pacchetto di sigarette…
Appena trovammo i posti ci sedemmo e nello scompartimento ci accorgemmo di essere soli, così accese una canna e se la tenne per un po’; in un attimo sbucò il controllore dalla porticina e gli ordinò di buttarla, e così non gli rimase che guardare tristemente la canna appena accesa perdersi lungo i binari…

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Giochi pericolosi

marzo 20th, 2009 § 0 comments § permalink

Quando andavamo a scuola, percorrevamo un lungo viale che tagliava la città nel mezzo. Di solito ero sempre con Capello, ma a volte  a noi si univa Dab, un tipo che era molto appassionato di musica. La sua caratteristica principale era la lentezza: era lento, ma lento…faceva ogni cosa con una lentezza impressionante! Però sapeva un sacco di cose…
Addosso, l’ombra degli anni settanta l’abbiamo sempre avuta: gruppi famosi come Doors e Pink Floyd erano sempre al centro delle nostre discussioni per le loro stranezze e per la loro bravura immortale, anche se noi appartenevamo di più alla generazione Pumpkins, Nirvana  e roba del genere…
Una volta, mi ricordo, lessi un libro che parlava di morti nell’ambiente del rock and roll: era un libro pieno zeppo di nomi, fatti strani, giochi strani.
La morte incute sempre un certo fascino, e quando eravamo a corto di roba si provvedeva diversamente: esisteva un gioco in cui si doveva trattenere il respiro e poi si effettuava una stretta al torace, si rimaneva senza aria per qualche minuto con conseguente calo di pressione, e si andava, si fa per dire, nel mondo dei sogni.
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